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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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FEBBRAIO '93 








Indice dei Kontenuti 


1 Cibele, Attis e le storie tese 

Transmaniacon, Radio K Centrale 
Bologna, 1 0 febbbraio 1 993 

2 Comunicato 

Artemide e le Furie, Bologna 

3 Un flash da 1 5 punti 

Forse Disastri, Bologna 

3 Donna è anche 

chi si sente donna 

IGP, Bologna 

3 Comunicato 

INK, Bologna 

4 Caccia alle streghe? 

Collettivo Siam Tornate 
Bologna, 1 1 febbraio 1 993 

5 Comunicato 

Compagni ex ascoltatori di RKC 
Bologna, 1 2 febbraio 1 993 

6 Testimoniare? No grazie! 

Messaggi dailaradiobottiglia 

E. Virus, Bologna, 1 2 febbraio 1 993 

7 Serene e pacate precisazioni 
transmaniacali 

Bologna, Roberto B. 

8 Comunicato 

Radio K Centrale 



10 Comunicato 

I compagni e le compagne di RKC 
Bologna, 1 8 febbraio 1 993 

11 La nuova destra 
non sta solo a destra 

Bologna, R.B., febbraio 1 993 

14 Conversazione 

con un transmaniaco 

Bologna, 1 8 febbraio 1 993 

16 Comunicato 

I compagni interni al progetto radio 
Bologna, 1 9 febbraio 1 993 

1 7 Una, ed ultima, risposta a Lalo 

Un gruppo di compagni del Piemonte 

22 Le guerre dell'onnipotente 

Dario Paccino, Roma, gennaio 1993 

24 Perchè perderemo 

anche la prossima guerra 

Dario Paccino, Roma, gennaio 1993 

28 7 aprile e azalee 

Dario Paccino, Roma, febbraio 1993 

32 Le due sinistre ieri e oggi 

Dario Paccino, febbraio 1 993 

37 Intervento sull'indulto 

Commissione Fuori dal Carcere 
Roma, febbraio 1 993 

39 Appello per l'amnistia 

ai detenuti e agii esuli politici 

Comitato 50.000 firme per l'amnistia 

41 Alfa Romeo di Arese: 
dal pubblico al privato, 
storie di rapine padronali 
e resistenza operaia 

Radfio Onda Diretta - Incompatibili 
Milano 


F.i.P. Milano, Via Leoncovallo, 22 - 27 febbraio 1993 





ecn milano 


CIBEIE, ATTIS E LE STORIE TESE 


Bologna, mercoledì 10 febbraio 1993, Radio K Centrale. 


Per evitare ogni 
equivoco: 

la discussione che 
verrà fatta stasera 
nella nostra 
trasmissione non è in 
alcun modo un 
tentativo di 
sovradeterminare il 
dibattito tra le 
compagne, non 
vogliamo invadere 
ambiti specifici di 
dibattito e di intervento 
politico, ambiti di cui 
non possiamo che 
riconoscere la 
legittimità. 

Il significato di questa 
puntata sarà palese, 
per quanti hanno 
seguito in questi mesi 
TRANSMANiACON: 
noi siamo per la critica 
radicale della vita 
quotidiana, siamo per 
la sovversione dei 
codici e delle strutture, 
siamo per ia corporeità 
insurrezionale contro 
l’ideologia. 



Abbiamogià ripetuto questo assunto nell'altra puntata 
che dedicammo ad unacontestazione femminista, il 3 
novembre 1992; “SENZA COMUNICAZIONE NON 
PUÒ’ ESSERCI COMUNITÀ', E SENZA COMUNITÀ’ 
NON PUÒ’ ESSERCI COMUNISMO’’. Pernoituttociò 
che vincola la comunicazione, (Intesa come DERIVA 
DELLE IDEE, CONTAMINAZIONE DELLE ESPE- 
RIENZE) 0 attutisce il gioioso impatto dei corpi è un 
ostacolo da spazzare via. Noi siamo TRANSMANI AGI 
e SITUAZIONAUTI, per la scorribanda armata E 
MOLTO POCO DIALETTICA nella quotidianità. 


Siamo per la differenza, anzi siamo per IL GIOCO 
RECIPROCO DELLE DIFFERENZE, per il METIC- 
CIATO ed il conflitto delle parole contro la lingua; nel 
contempo, ci fa ribrezzo ogni rivendicazione assoluta 
di identità. Perno! l’unica identità possibile è dinamica, 
è il ruolo che scegliamo di assumere nella guerra 
generale del divenire. 

Oggi è la Nuova Destra culturale a prendere in mano 
il differenzialismo identitario: oggi il separatismo 
culturale, etnico, razziale o sessuale non è In alcun 
modo separatezza dal linguaggio del potere, non è 
semplice e sacrosanta autonomia progettuale, ma 
diventaorrore deidiverso, orrore della contaminazione, 
orrore del meticciato. La differenza inizia così ad 
essere pensata come cameratismo, si capovolge nel 
riferimento mitico ad unacomunità omogenea e senza 
contraddizioni (cfr. le ambigue teorie nazionalitarie di 
riviste come “INDIPENDENZA”, ma anche il cosiddetto 


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ecn milano 


“Pensiero della differenza sessuale” della Irigaray, o 
tutte le stronzatecheèpossibileleggeresu “DIOTIMA”). 
Insomma, il separatismo diventa RIFIUTO DI AC- 
COGLIERE LASFIDA DELLA COMPLESSITÀ’ DEL- 
L'ESISTENZA, paura di perdere la propria maschera 
Identitaria per partecipare agli eventi senza scher- 
mature. Chiariamoci: non ci pensiamo neanche a ne- 
gare le specificità, tuttavia riteniamo indispensabile 
che i molteplici percorsi di autonomia e di separatezza 
comincino a coordinarsi portarsi movimento. SIAMO 
CON TUTTE LE NOSTRE FORZE PER L'AUTONO- 
MIA IN RETE, e per noi la lotta femminista è anche 
lotta di classe, lotta anticapitalistica, a meno che non 
scivoli - e questo vale per altre lotte, basti pensare ai 
movimentidi liberazione nazionale - neldifferenzialismo 
identitarie. 

Nelle ultime settimane a Bologna sono avvenute cose 
che, se scordiamo per un attimo di essere contro l’isti- 
tuzione psichiatrica, sono definibili come “da mani- 
comio”. NOI NON VOGLIAMO SAPERE CHI HA 
PROVOCATO COME E CHI ALTRI HA REAGITO A 
COSA: non stiamo inquisendo nessuno, nel movimento 
non ci sono nè devono esserci Autorità, e ci interessa 
ben poco fare la radio-Verità: saremo anche arroganti 
come molti dicono, ma non tanto da pretendere che le 
compagne lesbiche e femministe debbano renderci 
conto della coerenza interna del loro percorso. 
Eppure siamo altrettanto consapevoli che sarebbe 
nocivo qualsiasi blocco della comunicazione e dello 
scambio di esperienze in una situazione delicata e già 
parzialmente compromessa come questa. 

Aquesta introduzione seguirà, nei corso della puntata, 
la lettura degli opposti comunicati su questa vicenda 
e non solo, l’intervista alfratelloP.Undercool dell’Isola 
Gay Posse, e infine il dibattito in studio. 

R.B. 



COMUNICATO 
DI ARTEMIDE 

E lE FURIE 

In via del Fratello 78 esiste già da 
tempo il centro di documentazione 
separatista lesbico e femminista 
Artemide e le Furie. 

Sabato 6 febbraio alle ore 19 
durante un’assemblea presso il 
Centro entra nellastanza attraverso 
la finestra aperta il bagliore di un 
flash. Un tipo non identificato invade 
provocatoriamente tramite la sua 
macchina fotografica un luogo ri- 
conosciuto come uno spazio se- 
paratista per lesbiche e donne. 
Alcune l’hanno inseguito e l’hanno 
bloccato chiedendogli il rullino. Lui 
ha risposto alla richiesta con offese, 
sputi, graffi e calci che hanno colpito 
varie ragazze partecipanti ail’as- 
semblea. La nostra autodifesa è 
stata conseguente allagravitàdella 
provocazione da noi subita. 

Un atto del genere non sarebbe 
stato tollerato in nessun ambito pri- 
vato 0 qualificato politicamente. 
L’arroganza della sua invasione si 
inscrive in un clima e in compor- 
tamenti di violenza ed espropria- 
zione, attraverso i quali il sistema 
eterosessista tenta di relegare le 
differenti identità femminili in ruoli 
di subordinazione e annullamento. 


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Giornale Telematico per l'autonomia in rete 



ecn milano 


Un flash da 1 5 punti 

Sabato 6 febbraio 

Artemide e le sue furie hanno avuto un loro momento di gloria con un’azione degna delle teste 

di cuoio lasciando per terra un nostro fratello in una pozza di sangue 

Reo di aver fatto finta di scattare una foto a una loro segretissima riunione varcando 

virtualmente il confine di una proprietà privata aH’interno di uno spazio occupato 

Qualunque sia la ragione per cui è scattato questo agguato bestiale, il fatto non può trovare 

da parte di nessuno una benché minima giustificazione al di fuori di questa logica di violenza 

gratuita. 

Proponiamo per questo gruppo di amazzoni una comunità che le disinserisca dalla pratica 
poliziesca che fin troppe di noi conosciamo. 

FORSE DISASTRI 


Donna è an<he <hì 
sì sente Donna !!! 

L'Isola Gay Posse esprime la propria ferma condanna 
alla vile aggressione perpetrata ai danni del nostro 
fratello/a P. Undercool avvenuta sabato pomeriggio in 
V. del pratello 78, da parte di un collettivo di donne. 
P. Undercool è stato linciato e picchiato a sangue per 
il solo fatto di non essere donna. 

Ma non può essere donna anche chi si sente donna? 
Come I.G.P. portiamo avanti da tempo un discorso dì 
omosessualìsmo radicale, nelle forme più diverse noi 
abbiamo il coraggio di portare nelle strade la nostra 
natura Gay e tranx cercando di aprirci invece che 
rinchiuderci in roccaforti. 

Questo ennesimo episodio di RAZZISMO nei nostri 
confronti e di SESSISMO non può passare nel nulla. 
ORA BASTAI 

Rivendichiamo l'uso di tutti gli spazi contro ogni forma 
di privatizzazione e razzismo culturale/sessuale. 
Basta con gii atteggiamenti fascisti, con i regimi poli- 
zieschi, con la dialettica del bastone e del manganello, 
con la gestione mafiosa degli spazi. 

Contro ogni forma di censura delle nostre idee, dei 
nostri pensieri, della nostra vita, anche da parte di chi 
a parole dice di fare libera informazione e poi ci nega 
spazi e tempi. 

Riprendiamoci gli spazi reali e virtuali per comunicare, 
diffondere Omosessualità 

Isola Gay Posse 

Omosessualìsmo Militante e Radicale 

contro l’eterocraxia e lesboseparatlsmo 


INK 

Lo scenario una casa occupata, I protagonisti un 
amico conosoiuto assiduamente impegnato nelle 
iniziative promosse nella città e nello stabile e un 
“movimento” femminista separatista. 

La vicenda troppo squallida per un ambiente dove gli 
spazi dovrebbero essere aperti, troppo veloce per 
rendersi conto che la comunicazione non è poi cosi 
liberata. 

E’bastatounflashpergiocodi una macchinafotografica 
senza rullino fuori dalla porta chiusa dove un cartello 
minaccioso VIETAVA l'ingresso agli uomini, per 
scatenare l’ira funesta di 15 femministe incattivite e 
schizofreniche che si sono improvvisate sceriffi con 
bastoni e bottiglie. Una violenza gratuita a colpi di 
bottiglie che non si è fermata nemmeno alla vista di un 
amico, figurìamioci alla vista dì una testa rotta da 15 
punti. 

Risultato: sangue, incomprensione, incomunicabilità, 
rabbia per non capire o non riuscire a spiegare ma 
soprattutto a parlare.... 

Gli spazi sociali sono luoghi di scambio di idee, di 
interazione, dì ricettività anche nelle diversità. 
Condanniamo con rammarico le violenze, gli abusi, le 
privatizzazioni, i giochi di potere. 

Dovunque avvengano. 

Ex Occupanti dell’Isola nel Kantiere 



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ecn mìlano 


CACCIA ALIE STREGHE? 


L'episodio di via del Fratello (inseguimento, rissa e 
conseguente ferimento dell'importuno fotografo di 
una riunione femminista) è stato mostruosamente 
"gonfiato”, esembradominare la cronaca (alternativa?) 
dei comunicati, dei pettegolezzi, delle illazioni, delle 
MISERIE del "movimento” bolognese. 

Un fatto, tutto sommato banale: un gruppo che si 
riunisce, discute, fa politica, sostiene il proprio diritto 
a non essere fotografato, filmato, registrato oquant'altro 
da qualsivoglia estraneo. E difende questo diritto. 
Tra gli episodi di violenza interni ai ritrovi alternativi, 
alle occupazioni etc. questo fatto non aveva proprio 
nulla di speciale. Perchè è diventato scandaloso? 
Perchè si è voluto costruire ad ogni costo un "caso” ? 
Cosa c'è di inaccettabile, di osceno, di inconcepibile, 
perle coscienze scandalizzate dei maschi e di qualche 
loro ancella? 

E’ per noi fin troppo chiaro: non si accetta, si vede con 
orrore, si conbatte (con le trovate goliardiche, con i bei 
discorsi “politici", con le minacce più o meno dichiarate) 
la rivendicazione e la costruzione, da parte delle 
donne, di spazi autonomi di discussione, ricerca, 
azione. 

Se poi l'azione giunge a rompere il monopolio maschile 
della forza, che la tradizione dei "servizi d’ordine” ha 
sedimentato nei movimenti, la buona coscienza dei 
“compagni” esterna tutta la propria indignazione e 
bandisce la CACCIA ALLE STREGHE. 

La sera di mercoledì 1 1 febbraio, questa campagna 
contro le donne ha avuto la sua sanzione ufficiale dai 
microfoni di Radio Kappa Centrale (RKC), durante la 
trasmissione "Transmaniacon", gestita da rampanti 
della comunicazione alternativa, che guazzano meto- 
dicamente nella palude delle miserie quotidiane del 
“movimento” in cerca di un po’ di polemica, e quindi di 
notorietà: irritati dal silenzio delle donne (quelle che 
“noncistanno”al loro giochetto, perintenderci), questi 
epigoni alternativi di Sgarbi e Funari hanno costruito 
la cassa di risonanza, la grande cloaca, incuipotevano 
confluire ed essere amplificati tutti i più stupidi pre- 
giudizi, le più sciatte banalità, le più squilide provo- 
cazioni contro l'autonomia delle donne. 

Ma gli Yuppies della controcultura non sono riusciti a 
forzare il silenzio delle donne, il nostro rifiuto di comu- 


nicare con loro, sul loro terreno: hanno continuato, co- 
me sempre, a parlarsi addosso. 

SIAMO CONTRO LA CACCIA ALLE STREGHE 
SIAMO SOLIDALI CON LE COMPAGNE DI 
“ARTEMIDE E LE FURIE” 

SIAMO OSTILI AL TONO POLIZIESCO DI 
TRANSMANIACON E ALLA RADIO CHE DA' 
SPAZIO A UNA CULTURA INDEGNA DI 
QUALUNQUE AMBITO DI DISCUSSIONE 
ANTAGONISTA 


COLLETTIVO “SIAM TORNATE 
(eravamo a fare la spesa)” 
Bologna 11 Febbraio 1993 



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Giornale Telematico per l'autonomia in rete 



ecn milano 


QUELLO CHE SEGUE E' UN COMUNICATO FIRMATO 

"COMPAGNI EX ASCOLTATORI RKC" 



1 . Sabato 6 febbraio un gruppo di donne si 
riunisce al Fratello. 

Lo sconsiderato intervento fotografico di un 
uomo provoca la reazione delle donne: tra le 
due parti ha iuogo una lotta che (com'è naturale) 
si conclude con un soccombente. 

Ci si indigna in nome di una SPROPORZIONE 
esitante tra lo scatto di una foto e la reazione 
delle occupanti; si tenta di far passare come 
INGIUSTIFICATO l'atto, addirittura come NON- 
DOVUTO. 

2. Che la dialettica NEL movimento a volte si 
eserciti anche con strumenti non propriamente 
linguistici è un fatto che non dovrebbe sorpren- 
dere più di tanto. 

Più meritevole di attenzione , invece, è chi, 
avendo fatto della comunicazione l’asse dei 
proprio intervento, dispone di uno strumento di 
lotta (e di inibizione) ben più potente e raffinato 
della dialettica delle bottiglie. 

3. A volte l’isteria del momento o l'ìmpeto irre- 
frenabile della demenza radiofonica, possono 
rivelare più di punto non si creda, o anticipare 
tendenze ancora soltanto latenti. 

Si apprende così che AUTONOMIA IN RETE è 
un formidabile concetto di esclusione che opera 
pressapoco in questi termini: basandosi sul 
presupposto della comunicazione, da esso sa- 
rebbero esclusi tutti coloro che, a vario titolo, 
non vogliono (o non possono?) comunicare. 

4. Il concetto di AUTONOMIA è per certi versi 
parallelo e concomitante con quello di SET- 
TAR IO. T ant’è che un’autonomia che non fosse 
settaria, nella propria conoscenza come nel 
proprio principio di azione politica, verrebbe a 


confonfersi con categorie sociologiche quanto mai 
estranee alla tradizione del movimento, come pure 
“sospette” per quel che riguarda la loro applicazione 
politica. 

L'accusa di AUTNOM I A S ETTAR lA E S EPAR ATISTA 
pronunciata in nome di un equivoco EGUALITARISMO 
COMUNICATIVO ha il sapore di un ecumenismo so- 
clalisteggìanteche, almeno storicamente, ha sempre 
servito le ragioni dell’Ortodossia e dell’Inquisizione. 
Quando poi esso indossa le vesti della vendetta san- 
guinarla e dell’orgoglio maschile, allora ricorda certi 
funesti epigoni dello squadrismo di sinistra, nei cui 
confronti la vigilanza non dovrebbe mai essere 
dismessa. 

5. Un certo democraticismo, travestito da profes- 
sionalità giornalistica, è potuto così penetrare nel mo- 
vimento, finendo per costituire un principio di am- 
missione e di tolleranza. Nella inquietante calma della 
AUTONOMIA COMUNICATIVA ogni porcheria è 
concessa, purché vìsia stata preventivadìchiarazione 
di fedeltà e non belligeranza. 

L’esclusione (per scelta o imposta che sia) diventa 
così il presupposto di un giudizio politico, e non il 
contrario. 

Talvolta la fredda architettura della teoria politica può 
riprodurre nella sostanza il regime ferreo di un rapporto 
di vassallaggio. 

6. Il circolo, in questo modo, è veramente vizioso, for- 
se ancheperchè questitrìstiOPINIONMAKERS della 
sinistra extraparlamentare sono stati troppo a lungo 
viziati. 

Quando la misura è colma, ogni silenzio è anche 
immediatamente complice. 


BOLOGNA, 12/2/1993 


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ecn milano 


Testimoniare? no grazie! 
Messaggi dalla radiobottiglia 


Ci troviamo come di fronte ad un grosso imbuto, che 
per ie dimensioni risulterebbe più prerogativa della 
Amniu, anche se ricorda un certo collo di bottiglia in 
cui certe volte mi verrebbe voglia di buttare tutto e 
tutti/e. 

L'imbuto in questione è il grande paradosso in cui si 
agita un contesto cittadino estremamente differen- 
ziato in cui agiscono autonomamente tentativi ed e- 
sperienze di autogestione degli uomini, delle donne, 
di omosessuali e non, nonché tutte le persone pre- 
senti in città che della valorizzazione delle differenze 
fanno un perno fondante del proprio agire in campo 
politico, artistico, del pensiero. Il tutto anche nel cam- 
po sociale della radio. 

Mentre alcuni gruppi continuano a enunciare il per- 
manere dellatriplice oppressione di classe, razziale e 
sessuale e si articolano autonomamente e con le 
relative difficoltàe differenze, c'e gente che a modo 
suo e individualmente impugna una pala con la 
precisa intenzione di scaricare tutta una pratica nella 
fogna unica ed indifferenziata ricorrendo a metodi di 
diffamazionegeneralizzatadeglistrumenti e alle forme 
del movimento. 

Un’operazione di confusione e di delazione che negli 
anni passati è sempre stata gestita esclusivamente 
da organismi statuali quali FBI e Già ma che qui si 
avvale di personaggi già predisposti a trattenere 
come da manuale le "bocce ferme” nel dibattito del 
movimento che deve per sua natura e per forza ve- 
dere scontrarsi critiche e soggetti differenti a cui nes- 
suno e nessuna ha mai negato la dignità della se- 
paratezza e del separatismo. 

Agendo così ie differenze si stemperano e dopo la 
tempesta finiscono nell’Imbuto o meglio sotto il tap- 
petino. L’uomo e la donna giusta avranno vinto e que- 
sta sera festeggiano la partita davanti al televisore .... 
e il comuniSmo lo fa Gesù. 

RKC come radio trasmittente antagonista ha sempre 
portato avanti costituzionalmente la volontà autonoma 
di ricercare la piena valorizzazione delle diversità che 


owiamentechiunque è in libertàdi articolare autonoma- 
mente all’Interno e all’esterno del mezzo radiofonico. 
Noi non rinchiudiamo il tutto nellaformadeli’”autonomia 
delle carte coperte”. Questo è uno stile che non ci 
appartiene e che mai ci apparterà. Il nostro metodo, 
liberamente scelto e discusso collettivamente si 
manifesta al contrario con riunioni pubbliche di 
redazione aperte a tutte le persone che collaborano o 
che vogliono intervenire. 

Noi non chiamiamo “autonomia in rete" un semplice 
escamotage di tipo opportunista buono solo per allon- 
tanare temporaneamente la crisi di bonaccia della 
sinistra autonoma per poi ritirare fuori la vecchia car- 
retta quando la strada sarà in discesa. 

Nel contesto di fatti sbandierati ormai in tutte le salse 
e da noi riportati con correttezza ed esattezza. Radio 
K. Centrale viene accusata ora da alcuni “ex-ascoltatori 
RKC” di partecipare ad una formidabile operazione di 
esclusione chiamata “autonomia in rete”. 

Fatte salve le chiare discriminanti antifasciste ed anti- 
sessiste questa trasmittente è completamente aperta 
a tutte le manifestazioni di espressione artistica, 
sociale e politica non “perchè ogni porcheria è conces- 
sa, purché non vi sia stata preventiva dichiarazione di 
fedeltà e non belligeranza”come dichiarano questi 
signori ex. Oltremodo sempre e comunque invitati a 
dare un loro contributo. 

Questa nostra posizione sta alla base della nascita di 
questa radio, del nostro durissimo lavoro per man- 
tenerla tale è stata esposta in termini ancora più chiari 
lineari e limpidi negli ambiti di movimento che siamo 
riusciti a raggiungere e non comprende un genera- 
lizzato “vogliamoci bene” ma la critica ed autocritica 
come metodo di lavoro che pretendiamo anche dai 
compagni e dalle compagne che faranno da stimolo 
ancora dì più a mantenere bene aperti i nostri spazi di 
libertà e di critica. Domani come ieri procederemo per 
errori ma impareremo facendo. Sempre. 

E. virus, Bologna 12/2/1993 


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Giornale Telematico per l'autonomia in rete 



ecn milano 


Questo non è un comunicato “ufficiale” 
di Transmaniacon. 

Cari compagni ex-ascoitatori di RKC, 

considero ii vostro comunicato un fraintendimento 

ciamoroso. 

Magari Inteiiigente”, magari stimoiante(?), ma pur 
sempre clamoroso. Chi ha mai accusato le compagne 
di “autonomia settaria e separatista"? Chi ha mai 
teorizzato un astratto “egualitarismo comunicativo”? 
Ma, soprattutto, chi ha mai dato prova di 
“democraticismo travestito da professionalità 
giornalistica”? 

Non vorrei azzardare, ma credo che voi non abbiate 
ascoltato TRANSMANIACON: l'approccio caotico- 
dispersivo, la bruta violenza del magma sonoro, il 
trasformare lo speaker di turno in una macchina 
attoriaie che decostruisce il testo e lo vomita nel 
microfono, non sono proprio un esempio da manuale 
di “professionalità giornalistica"! L'“uscita” radiofonica 
di TRANSMANIACON è paragonabile a un clistere di 
piombo fuso nelle orecchie degli ascoltatori: è forse 
“democraticismo", questo? 

Quanto all' "impeto irrefrenabile della demenza 
radiofonica”, quando c'è ha un inequivocabile ruolo 
maieutico: fa sì che chi ascolta tiri fuori il peggio di sè 
, come anche stavolta è capitato (vedi il volantino 
“caccia alle streghe" del Collettivo SIAM TORNATE). 
Il problema è comunque un altro: i presupposti che 
dovevano governare l'undicesima puntata erano chiari, 

10 stesso ho letto 3 (tre!) volte il preambolo (in rete 
ECN, CIBELE. ASC) e sarà ben difficile interpetare 
quelle righe come "vendetta sanguinaria deH'orgoglio 
maschile”! I nodi su cui intendevamo soffermarci 
erano quelli del rapporto tra APOTEOSI DELLA 
DIFFERENZA e IRRIGIDIMENTO IDENTITARIO, 
fenomeni culturali la cui sintesi alimenta idiscorsi della 
Nuova Destra e serve al capitale per imprimere un 
controllato dinamismo al mercato del lavoro (lo sapete 
bene, avete letto Wallerstein ben prima di me!). Perfar 
questo, si partiva da un "banale” episodio di rissa dove 

11 conflitto delle contrapposte identità e anche, va 
detto, una forma di inaridimento umano che porta a 
pensare sempre e solo alla “propria'' differenza e mai 
al gioco combinato delle differenze, avevano fatto il 
PATATRAC. 

Ma cosa succede durante la trasmissione? Il caos si 
rapprende generando Inquietanti ambivalenze, di cui 
ci assumiamo tutto il peso, anche perchè le avevamo 
in qualche modo teorizzate (Cfr. su Zeronetwork n. 3, 
ottobre 1992, la RISOLUZIONE STRATEGICA N. 1). 
Così l'ascoltatore interpreta, interpreta e interpreta. 
Avete mai pensato, compagni, che in una trasmissione- 
performance con campionatori, sintetizzatori, tastiere. 


SERENE E PACATE 
PRECISAZIONI 
TRANSMANIACALI 


weitanschaaungen contrastanti e quasi 20 persone 
che si muovono, si scontrano, si scazzano, emettono 
suoni, fumano, suonano tamburelli e quant'altro, 
spesso le cose possono NON ESSERE COME 
SEMBRANO? E l'ascoltatore rimugina, s'infuria, si 
barrica dietro le peggiori prevenzioni, gli sembra 
logico vedere dietro quella dizione- fonazione LA 
PEGGIORE MALAFEDE. Anche quando si tratta di 
compagni con cui fino a poco prima dividevi tutto, 
compagni che conosci bene, alcuni benissimo, e che 
d'un tratto vedi parte di un complotto ai tuoi danni, 
complotto a cui stavolta avete dato il nome di 
“AUTONOMIA IN RETE", che è invece tutt'altra cosa, 
possiamo garantirvelo. 

Ecco, si può dire che TRANSMANIACON trasforma 
anche l'ascoltatore più sereno in un paranoide. Se poi 
c'è anche un complicato gioco sotterraneo di rancori 
personali e, diciamolo pure, una mancata 
emancipazione psicoaffettiva rispetto a terzi, ecco 
che viene fuori il vostro comunicato. Che, intendiamoci, 
non è tutto da buttar via: alcune 'tendenze latenti” che 
individuate sono rischi reali, da cui non fa mai male 
essere messi in guardia. 

Riguardo invece al volantino “caccia alle streghe”, 
nient'altro posso dire se non che è IGNOBILE e 
insensato. Occorre del virtuosismo per riuscire ad 
affastellare tali e tante falsità in meno di 50 righe di 
testo! E' in comunicati come questo, frutti di vere e 
proprie crisi epilettiche, che è ravvisabile un “tono 
poliziesco". Ed è inaccettabile che si dia per scontata 
la malafede di Radio Kappa Centrale (passi per quella 
di Transmaniacon, tutto fa comunque brodo e non ci 
interessa fare le vittime!). Mi auguro un vostro 
rinsavimento, care massaie reduci da un troppo 
prolungato shopping. E saluti comunisti. 

Roberto B. 


Febbnh 1993 / 2 


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ecn milano 


"In tal modo Dio mi 
preparava l'occorrente 
ad una fuga che doveva 
risultare ammirevole, 
ma non miracolosa. 
Confesso che mi vanto 
d'essere l'autor, ma 
posso assicurare il 
lettore che la mia vanità 
non sta nel fatto che sia 
riuscita, perchè la 
fortuna vi ebbe la sua 
parte, ma nell'averla 
giudicata possibile e 
nell'aver avuto il 
coraggio di tentarla" 

Giacomo Casanova 


Il progetto di una radio autonoma, in una rete di rela- 
zioni tra diverse soggettività portatrici di iinguaggi, cul- 
ture, tensioni differenti, e quindi di DiFFERENZE, è di 
per se un progetto deiicato, addirittura fragile, che fa 
si deiia COMUNiCAZiONE un’asse portante, ma non 
neisensodicostituireunaARENAiNDiFFERENZiATA, 
e “democratica”, dove tutti stanno con tutto ii resto, 
bensì nel tentativo, difficiie, di dare vita ad un “processo” 
che veda, nei tempo, i'interazione delle DIFFERENTI 
SOGGETTIVITÀ' CONFLITTUALI, presupposto fon- 
damentale di ciò che chiamiamo RICOMPOSIZIONE 
e di Iniziativa politica - culturale - sociale, della quale, 
mai come oggi, si avverte la necessità. 



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T ulto ciò non si costruisce in un giorno e nemmeno nei 
pochi mesi di attività di un collettivo di compagni che, 
con molta passione e indubbi limiti, lavora 
quotidianamente allo sviluppo di questo esperimento 
di comunicazione SOCIALE. 

Radio K Centrale è una radio autogestita, comple- 
tamente; ed è anche, per moltissimi aspetti, para- 
gonabili ad un QUOTIDIANO, e come tale deve lavo- 
rare sull’elaborazione, le interpretazioni, le posizioni 
da prendere e, primo fra tutti, sulla corretta coopera- 
zione tra coloro che vi collaborano, IN CORSA, cioè 
sviluppando quelli che sono i reali obiettivi del progetto 
parallelamente ai carichi della gestione quotidiana. 

In questo ambito, mercoledi' 1 0febbraio la trasmissione 
“Trasmaniacon” ha sollevato polemiche sulla con- 
duzione e su affermazioni gravifatte da ospiti in studio. 
Sicuramente rifiutiamo di controllare preventivamente 
la "scaletta" dei programmi; tuttavia è difficile trovare 
la magica formula di interazione tra i collaboratori, la 
redazione e la radio che renda il progetto immune da 
errori, e su questo ci riserviamo di intervenire. 

E’ sicuramente difficile, rispetto a tradizioni politiche e 
culturali esauste, entrare nelladimensione di un lavoro 
in rete che non è democraticismo, casualità ma ten- 
tativo di organizzare in direzione comunitaria punti di 
incontro di un policentrismo spesso diffidente. T uttavia 
è un processo perno! irreversibile pena lastagnazione 
della radio come di tanti altri progetti nei meandri del 
partitismo. Noi non chiamiamo AUTONOM lA IN RETE 
un semplice escamotage opportunistico, solo per 
allontanare temporaneamente la crisi di bonaccia del- 
la sinistra autonoma, per poi ritirare fuori la vecchia 
carretta quando la strada sarà in discesa, 
li nostro metodo liberamente scelto e discusso 
collettivamente si manifesta al contrario con riunioni 
pubbliche di redazioni, aperte a tutte le persone che 
collaborano o che voglio intervenire. 

Nel contesto di fatti sbandierati in tutte le salse e da noi 
riportati, senza pretesa di onniscienza, ci è arrivato un 
volantino a firma “compagni ex-ascoltatori di R. K. C.“ 
in cui viene attaccato, un tanto al chilo, tutto il progetto 
radio. 

Probabilmente viene spontaneo, nella piattezza del 
"movimento" e dei movimenti bolognesi, ergersi a 
giudici di quel poco che si muove; tuttavia non abbiamo 
la pretesa di aver definito una volta pertutte cos'è una 
radio e un progetto di autonomia; probabilmente la 
verità sta nel mezzo, nella capacità o meno di costruire 
interazione. Chi preferisce, dopo quattro mesi di 
esistenza della radio, dichiarare che “la misura è 
colma" evidentemente preferirà ascoltare Radio DJ. 
Per quel che ci riguarda, siamo aperti ad interventi di 


ogni genere, per migliorare ed andare avanti. 
Questa radio, perfortuna, ha anche una pluralitàdi po- 
sizioni, sfaccettature di una esperienza concreta che 
non può essere ridotta ma, che soprattutto non vuole 
cadere nell'omologazione, nella sintesi, che non vuole 
nascondersi dietro una linea redazionale, unica ed 
univoca, buona perstrutture come la RAI o la FIninvest. 
Chi tenta di "definirci", di prendere una posizione tout 
court nei confronti di questa esperienza appena nata, 
dovrebbe tenere conto, almeno, di questo aspetto 
visibile, 0 pe meglio dire "ascoltabile” nelle diverse voci 
(e sono in verità tante) che si susseguono nelle cento 
ore di trasmissioni settimanali. 

Pensiamo che la “VALORIZZAZIONE delle DIFFE- 
RENZE" sia un processo certamente non privo di con- 
traddizioni, addirittura doloroso, da sviluppare ogni 
giorno, ostinatamente, con i tentativi e anche gli errori 
della pratica e non uno slogan buono da tirare fuori 
solo quando cisonogliscazzi.Perdoloroso intendiamo 
le contraddizioni che sia individualmente che collet- 
tivamente sono dentro di noi e non possono esprimersi 
che in maniera conflittuale. 

Se, comeciauguriamo,dovessimoriuscireacostruire 
più relazioni e più internità dentro quel tanto vago SO- 
CIALE, di cui spesso parliamo, scopriremmo ancora 
molti conflitti, molte contraddizioni linguistiche, culturali 
e dei comportamenti e la radio non potrebbe esserne 
immune oppure tentare di amalgamare tutto in un 
precotto di nessun sapore. Dopo di che è anche e so- 
prattutto nella pratica che verificheremo i percorsi co- 
muni, e in questo senso la solidarietà contro qualunque 
minaccia alle soggettività autonome, di ogni genere e 
specificità, sarà, daparte nostra, materiale e fisica. 

I compagni che lavorano in forme diverse allo sviluppo 
del progetto radio, assumono, nel bene e nel male, 
ogni responsabilità perii metodo, ancora in discussione, 
con cui la radio quotidianamente funziona e per gli 
effetti che ne conseguono, senza timore di riconoscere 
gli sbagli: ne va della sopravvivenza stessa di un 
progetto slmile. Ma perchè ciò sia possibile è necessario 
riconoscere alla radio, e ai compagni che vi lavorano, 
la propria autonomia. 


Come sempre accettiamo 
le critiche, i consigli, i 
contributi e le 
collaborazioni di ogni tipo. 

Radio K Centrale 107. 
050 Mhz - tei. 051/551740 



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Bologna 
1 8/2/93 

Radio K Centrale occupata dai collettivi delle donne “Siam 
tornate (eravamo a fare la spesa)" e "Artemide e le Furie”. 
L’occupazione della radio dalle 20 alle 24 ha segnato il 
momento culminante di una polemica che ha attraversato negli 
ultimi giorni vari ambiti del movimento bolognese; i fatti: da una 
rissa condominiale nelle case del Pratello occupate, rissa che 
tradisce limiti di comunicazione tra gli occupanti o, meglio, tra 
lecomunità occupanti, si passa allo spazio radiofonico concesso 
alla vicenda; non tanto lo spazio redazionale, quanto quello 
della trasmissione T ransmaniacon del 1 0 febbraio, in cui una 
delle parti in causa (i maschietti) trova modo di proferire parola. 
A seguito della trasmissione, ritenuta da alcune/i “sgarbismo” 
di estrema sinistra, provocazione gratuita con tendenza 
all'infamia, sono comparsi in giro per la città volantini a firma 
“compagni ex ascoltatori di RKC" e “Siam tornate” in cui si 
travalica lacriticadellatrasmiossioneperattaccarefrontalmete 
il progetto radio e i suoi limiti. La replica di RKC illustrava 
onestamente proprio questo progetto ed I suoi punti deboli e 
assumeva la responsabilità, nel bene e nel male, di quanto 
trasmesso nelle 100 ore settimanali. 

Mercoledì 17 Trnsmaniacon doveva essere preceduta da 
Un’editoriale del collettivo della Radio che scendeva nel merito 
della trasmissione. Alle 20 le donne hanno occupato la Radio 
“senza spargimenti di sangue”, anzi le occupanti erano le 
stesse persone che in varie occasioni e sedi erano state 
invitate a partecipare alle attività radiofoniche (e lo saranno 
anche in futuro). Non possiamo che notare inoltre33 che 
effettivamente non sempre l’interazione e la dialettica si 
esercitano nei modi previsti dal galateo, ma l’importante è che 
si esercitino. Dalle 20 alle 22 c’è stata musica. Dalle 22 alle 24 
è reitarato un comunicato di 2 minuti e 30 secondi in cui si 
attaccavano le tesi di tale R.B. sui rischi del separatismo e si 
proclamava la non attinenza delle stesse con una “radio di 
movimento” gestita da "burocrati addetti alla comunicazione”. 
E in questa prospettiva è del tutto secondario che la trasmissione 
siastatadi2 minuti e trenta secondi su quattro ore adisposizione, 
cosi come banale è chi replica all’occupazione di RKC che 
forse sarebbe stato meglio occupare la radio del Cardinale 
Biffi, Radio T au, dalia quale quotidianamente si attacca il diritto 
all’aborto. Come scritto nel volantino del 14/2/93 ribadiamo che 
contro qualunque minaccia alle soggettività autonome, 
compresa RKC, esse saranno da parte nostra materialmente 
e fisicamente difese. 

/ compagni e le compagne dì RKC, 

“armati” dì buona volontà. 


TRANSCENSURA 

Tutto secondo copione 

A poche ore dalla provocatoria e 
allarmistica dichiarazione del ministro 
degli interni Mancino, un altro spazio 
liberato, di nuova comunicazione, di 
sperimentazione, “diverso” dalla squal- 
lida realtà quotidiana, è stato chiuso. 
Ieri T ransmaniacon non ha trasmesso. 
Non vogliamo ne pensiamo sia neces- 
sario entrare nel merito dei fatti. 

Non abbiamo certo la “superstizione 
della democrazia”, macrediamoferma- 
mente che nell’ambito degli spazi di co- 
municazione antagonista? ( radio, ECN, 
carta stampata...), nessuno possa 
imporre a qualcunaltro il silenzio. 

In questo specifico caso esprimiamo la 
nostra solidarietà (pur mantenendo le 
debite distanze vedi antitra.doc) al coll. 
Transmaniacon e dedicheremo parte 
della puntata odierna di “REGRESSO” 
alla censura, servendoci dei seguenti 
documenti sonori: 

- Nun te reggae più - R. Gaetano 

- Nel ghetto - A.Radius 

- Ricominciamo - A. Pappalardo 

- Quel che non si fa più - C.Aznavour 

- Non illuderti mai - O.Berti 

- 1 love you cucombra - D.Sarti 


b. & b. per C.O.C.A. 

(Creare Organizzare 
Comunicazione Antagonista) 

Ogni giovedì’ a “REGRESSO” 

Radio Onda Diretta 

MI 91.300 FM dalle 17.00 alle 19.00 



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U NUOVA DESTRA 
NON STA SOLO A DESTRA 


1. Porre per anni l’accento SU quanto tosse pericoloso 
il Pensiero Debole ha fatto dimenticare a molta “ultra- 
sinistra” quanto sia pericoloso il pensiero “forte”, il 
pensiero delle certezze identitarie difese con le unghie 
e con i denti, e oggi del ricorso opaco e pavido air”apo- 
logia della differenza" contro la cosiddetta “omolo- 
gazione” e gli sconquassi del divenire. 

Spesso è LA DELUSIONE DI CHI NON HA SAPUTO 
ARMARSI DELLA DISILLUSIONE a costruire “fasci- 
smo" - nel senso reichiano di “psicologia autoritaria 
collettiva”-;così, recintare col filo spinatodellacomunità 
“omogenea" la propria differenza e la propria identità 
non può che portare, dopo la prevedibile sclerosi del 
legame microcomunitario - in pratica neofamigliare - 
e la conseguente crisi dell’identità, ad affidarsi a nuove 
figure autoritarie - la "madre che metta al mondo il 
mondo” -, ad istituzionalizzare la protezione della dif- 
ferenza, in pratica a congelare e negare la differenza 
stessa. 

Sì, perchè la differenza può esistere solo in una 
comunità di diversi, appunto di “differenti”, una comu- 
nità allargata e irriducibilmente eterogenea,che cresca 
nel conflitto ininterrotto dei discorsi e delle pratiche. 
Questo non può essere confuso con un facile ecu- 
menismo, come potrebbe concludere qualche {cen- 
sura}: il problema è che la scelta di difendere fidei- 
sticamente un’identità marmorea non può che portare 
alla “psicologia autoritaria collettiva”. L’alternativa c'è, 
ed è immergersi nel gioco combinato delle differenze, 
per affrontare l’esistenza con meno veli ideologici e 


Una nota su istanze, identità, differenze 
e corporeità insurrezionale. 



senza schermature “politiche” che sostituiscano la 
perduta autorità parentale. 

Lo sbandamento di una parte significativa del movi- 
mento femminista storico, dal tardivo scaracchio sul 
cadavere di Hegel fino al tenero bacio sulla guancia di 
renzo Imbeni, non fa che confermare quanto appena 
asserito; la tensione alla separatezza ha lasciato il 
posto all’impotente riformismo delle “quote”, alle la- 
mentele sul fatto che nessun direttore di rete RAI sia 
unadonna, e altre simili amenità. Insomma, la"g rande 
narrazione” della differenza è divenuta la barzelletta 
dei vassallaggio - anzi, del valvassinato - istituzionale, 
ricalcando la traiettoria complessiva - e “mista” - del 
soggetto “rivoluzionario” post-'68, talmente fiducioso 
nell’incedere lineare e prometeico dellatotalitàstorica, 
da finire LINEARMENTE nella minestra acida della 
liberaldemocrazia. Procediamo dunque con ordine. 


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2. Al di là dei vari “postmodernismi", acrobazie del- 
l'intellettualità più ossequiente e genuflessa di fronte 
allo spettacolo, la “postmodernità" ha coinciso e coinci- 
de effettivamente con unafase storica del capitalismo 
avanzato: “non ci sono più grandi racconti. Ciò significa 
che II legame sociale, oggi, non mira ad una storia 
condivisa [...] Penso che il legame sociale consista in 
spazi-tempi e in logiche che sono le regole dei giochi 
di linguaggio, nei quali si fanno i 'colpi' e la vita sociale, 
compresa quella quotidiana, è l'insieme di questi colpi. 
Nessuno può dirne l'unità in un racconto. Sono qui gii 
uni afianco degli altri, con le proprie regole - e spessis- 
simo le regole non sono neanche conosciute - perchè 
vengono continuamente messi in atto colpi nuovi e 
proprio questa è la forza del capitale, che obbliga a fa- 
re dei nuovi colpi di cui non si conoscono le regole, che 
vengono elaborate solo a giochi fatti. Si rischia quindi 
di arrivare a una condizione che può essere caratte- 
rizzata come decadenza, ma che a mio avviso, se la 
si pensa a partire dall'esigenza del racconto, è piena 
di pericoli ma anche di possibilità" (Jean-Francois 
Lyotard, “Edipo o Don Giovanni?”, su AUT -AUT n.1 82- 
1 83 marzo-giugno 1 981 ). Certo non è tutto qui: i colpi 
del capitale sono vere e proprie trappole, vengono 
creati ad hoc DISCORSI DI IDENTITÀ', come nell'ex- 
jugoslavia. Sono colpi che fanno pensare le anime 
buone alla “decadenza", aH'''eclisse della ragione”, 
mentre per il capitale è questa la Ragione - sono “le 
sue ragioni”! -. 

Proprio questo dovrebbe convincerci che, contro un 
capitale “transessuale”, che costruisce e smonta le 


V 


identità, che determina le differenze, noi dobbiamo 
combattere con le armi della disillusione, non mettere 
radici nelle coordinate di spazio-tempo-azione che ci 
troviamo ad occupare, scegliere come unica identità 
quella che definiamo scontrandoci nel e con il divenire. 
Ed è proprio il differenzialismo identitario la palla di 
piombo che il dominio lega oggi ai nostri piedi, perchè 
i bersagli più lenti sono notoriamente più facili da 
colpire. 

3. Abbiamo definito - partendo da Giorgio Cesarano, 
in alcuni appunti immessi in ECN (soprattutto MA- 
LEFICA.ZIP) - la “corporeità insurrezionale" come 
unica possibile misura dell'Identità e della soggettività. 
La pubblicazione su SUQ n.60 (inserto de “Il Manifesto” 
del 1 3/2/93) del documento “Per u na nuova cartografia 
del reale”, scritto e firmato da vari artisti e “operatori" 
del virtuale, ci offre la possibilità di chiarire il concetto. 
“La sfida dell'universo di immagini- immondizia, della 
fiera delle volgarità che la morente civiltà di massa ci 
scarica addosso, non può essere vinta dall'atteggia- 
mento di aristocratico disdegno che riafferma la premi- 
nenza della 'distanza critica' fra il soggetto e l'oggetto, 
l'unicità del corpo come centro di gestione e inter- 
pretazione dell'esperienza”. Si tratta di una critica a 
istanze locali che il capitale ha già superato con la 
spinta strutturalista di 30-40 anni or sono: la critica al 
SoggettodeH’umanesimo, unico centro e motore della 
totalità storica. Ma quando noi parliamo di “soggettività" 
parliamo necessariamente di un molteplice, di un 
campo psichico e sociale definito da diverse linee di 
fuga. E la coproreità insurrezionale non è altro che LA 
MACCHINA DA GUERRA DELLA SOGGETTIVITÀ' 
PROLETARIA; potremmo definirla, con una metafora 
teatrale, la macchina attortale che decostruisce il 
testo, e pertesto intendiamo lo spettacolo del dominio, 
il dominio dello spettacolo. Solo così può acquistare 
un senso la frase successiva, “tutti siamo dentro al 
quadro, tutti siamo parte del tessuto audiovisivo, del 
flusso sensoriale che caratterizza l'esperienza con- 
temporanea”. Dire che siamo dentro al quadro significa 
dire che siamo dentro la guerra, senza un privilegiato 
punto di fuga critico, in “una condizione piena di pe- 
ricoli, ma anche di possibilità". Noi sappiamo bene che 
lacorporeitàèframmentabile, scomponibile, mutevole, 
ridislocabile, ed è già stato detto che l'Io, l'Inconscio e 
Il Super-Io non sono barattoli a chiusura ermetica; 
difatti, la soggettività di cui parliamo è il campo definito 


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dai colpi, dagli scambi tra corporeità e dominio, ed è 
l'insieme delle resistenze biologiche a queste ridi- 
slocazioni. Ogni altra identità è fittizia, ogni differenza 
che non sia DIFFERENZA DA SE’ nel quadro di que- 
sta guerra, è solo ideologia, lo non sono sempre io, 
sono una macchina daguerrache ridefinisce il proprio 
statuto ad ogni colpo, ad ogni riequilibrio nel conflitto 
generale, "lo” è anche un altro. E anche molti altri. E 
altri ancora. 

4. Rimane ancora da dire: ciò che abbiamo detto 
finora deirantirazzismo(cfr.''llsionismogeneralizzato”, 
ANTISION.ASC) vale anche per l'opposizione al ses- 
sismo. Un antisessismo differenzialista conseguente 
non può che essere CONSERVATORE, finisce per 
sostenere la fissità dei rapporti tra i sessi - il maschio 
sempre e comunque dominatore, la femmina sempre 
e comunque oppressa -. Col pretesto di “proteggere” 
la cultura e la differenza femminili dalle istanze del 
"sistema eterosessista”, chiude loro utopicamente 
qualsiasi strada di evoluzione reale. Ribadiamo, 
modificandola di poco, l’indispensabile “indicazione al 
lavoro” di Etienne Balibar:"Ladistruzionedelcomplesso 
sessista non presuppone solo la rivolta delle sue 
vittime, ma la trasformazione dei sessisti stessi e di 
conseguenza LA DECOMPOSIZIONE INTERNA 
DELLA COMUNITÀ' ISTITUITA DAL SESSISMO”, 
decomposizione che non potrà mai avvenire alimen- 
tando dinamiche separatiste che riproducono sessismi 
"di ritorno”. Se la Nuova Destra (intesa non come pre- 
ciso schieramento politico, ma come insieme di enun- 
ciati) stesse solo a destra, non staremmo nella merda 
incuisiamo. La guerra è anzitutto "linguistica”;frenare 
l’oscillazione dell’enunciato di classe verso il 
differenzialismo identitario. 


Questo testo è un appendice a MALEFICA.ZIP (“Il 
ventre del situazionauta”) e un ampliamento di 
ANTISION.ASC (“Il sionismo generalizzato”), 
TENDENZE. ASC (“La nuova destra tra tendenze e 
i nazionalbolscevichi”) e NEWRIGHT.DOC (“E no 
che non m’ annoio”, pubblicato anche su 
Zeronetwork n.03, ottobre ’92). Utile anche il 
riferimento a SESSISMO.ASC (“Materiali dalla 
seconda puntata di Transmaniacon"); per quanto 
riguarda i contributi di altri compagni, cfr. 
METICCIA.ZIP (“Per una diaspora necessaria, per 
il meticciato ovvero per il comuniSmo"). 

Inoltre, questo testo conclude la serie di note, 
appunti e indicazioni immessi in rete a partire da 
SPLEEN1.ZIP (“Spleen e posizioni fetali nella 
multimedialità", giugno 1991), serie che è segnata 
da una (benché “intermittente") continuità 
concettuale e che non include i files di polemica e 
risposta diretta - es. METEOWAR.ASC o 
2RISPASS.DOC - nè i materiali tratti dal-le 
discussioni extra/radiofoniche del Collettivo 
Transmaniacon. Tutta questa fase del lavoro, 
terminata dopo circa 20 mesi, è raggruppabile sotto 
la sigla: “CRITTOGRAMMI DELL’INEFFABILE". 
Goodbye. 





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CONVERSAZIONE CON UN TRANSMANIACO 
IN MERITO AGLI ULTIMI E PENULTIMI EPISODI 

E CONTRIBUTI AL DIBATTITO 

(trascritta da nastro magnetico) 



D. FABRIZIO, L’ULTIMA PUNTATA DI 
‘TRANSMANIACON", CHE A VREBBE DOVUTO 
SVOLGERSI MERCOLEDÌ' 17 FEBBRAIO, E’ 
STATA BLOCCATA DALLE COMPAGNE DI DUE 
COLLETTIVI FEMMINISTI, CHE HANNO 
OCCUPATO LA RADIO... 

R. Esatto, ci sono state delle Incomprensioni, dei 
fraintendimenti e naturalmente dei limiti nostri nei 
gestire la trasmissione precedente. Un preambolo 
che individuava dei rischi e delle tendenze ANCORA 
NON FATTUALI nei discorsi di rivendicazione dell’ 
Identità e deila differenza, è stato inteso come un 
attacco alle legittime differenze che si danno fuori e 
dentro il movimento; probabilmente abbiamo dato per 
scontate aicune cose, come la conoscenza delle 
nostre precedenti analisi, recensioni e prese di posi- 
zione... Fatto sta che c'è stato un doloroso "communi- 
cation breakdown”, come avrebbero detto i Led Zep- 
pelin: ia penuitima puntata aveva alcuni momenti di 
ambiguità, ma quale puntata non ne ha avuti? Il caos, 
il cut-up, gli accostamenti casuali sono stati visti come 
mosaici di un globale attacco politico all' autonomia 
delle donne, tutto è stato “indagato” minuziosamente 
e incastrato in un’interpretazione fuorviata: quando 
John Cage, in una sua famosa performance, faceva 
scoppiare il popcorn in una padella, nessuno si sareb- 
be sognato di contare i botti e andare a vedere la 
qabbalah o trarne dei messaggi sovra o subliminali; 
soppesare ogni singola parola mentre viene detta è 


come sgusciare le uova mentre bollono. Comunque 
posso capire la reazione sopra le righe: gli attacchi al 
genere femminile, al diritto all’aborto e quant’altro 
sono sempre più pesanti, e anche dentro al movimento 
gli atteggiamenti di REALE sessismo esistono, non 
possiamo fare finta di niente... Così, a parte l’asprez- 
za dei toni e dei metodi, penso che quest’occupazione 
siastata un contributo positivo, è stato un atto di auto- 
nomia e auto-determinazione; noi certo non reagiremo 
arroccandoci, non ci interessa la SALVAGUARDIA 
DEL GRUPPO bensì l'apertura, il chiarimento di cosa 
s’intende per "comunicazione”, cosa s’intende per 
“autonomia” e per’’movimento”. Speriamo bene... Se- 
condo noi i problemi che abbiamo sollevato rimangono, 
e R. B. ha provato a superare ogni incomprensione in 
un documento più preciso, che credo sìa stato messo 
in rete... Insomma, non siamo misogini nè sessisti. 


D. E RIGUARDO ALLE CRITICHE SU QUELLA 
FRASE: "SENZA COMUNICAZIONE NON CE’ 
COMUNITÀ', SENZA COMUNITÀ’ NON CE’ 
COMUNISMO"? SIETE PASSATI DA CESAR ANO 
A HABERMAS? 

R. Non dire cazzate, noi non abbiamo mai obbligato 
nessuno a comunicare con noi, nessuno di noi ha mai 
detto che solo il “più comunicativo è radicale: non 
esiste il “più” o il "meno” comunicativo. Il “molto” o il 
“poco” comunicativo. La comunicazione è tante cose. 


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ecn mìlano 


non àsolo ladimensione verbale, èanche lacorporeità, 
è il meticciato culturale. Quella frase non aveva alcun 
significato di esclusione, a me sembra che il suo 
significato sia chiaro, addirittura limpido: ie differenti 
soggettività devono farsi movimento senza rinunciare 
aiie loro specificità. Punto. 


D. ALCUNI HANNO REAGITO SCHIERANDOSI, 
DIFENDENDOVI... 

R. Ringrazio, ma non credo sia ia maniera più corretta 
di affrontare ia questione, i i probiema è più complicato, 
ie obiezioni deile compagne, pur viziate dal frain- 
tendimento di cui sopra, hanno un indiscutibile fondo 
di verità, il collettivo TRANSMAN iACON ha sempre 
accettato di buon grado ii ruolo di parafuimine e non 
ha mai chiesto di essere difeso; una simile richiesta 
contrasterebbe con tutta ia nostra pratica e con ciò 
che intendiamo per “corporeità insurrezionale”. Ben 
vengano gli urti egli sconquassi, siamo qui per essere 
urtati e sconquassati. Detto questo, ringrazio B & B di 
C. O. C. A. , devo dire che non me l'aspettavo. 


D. ARRIVIAMO ALL’ALTRA QUESTIONE 
SPINOSA: QUEL DOCUMENTO 
SULL’OLOCAUSTO... 

R. Non abbiamo mai inteso spacciare nuove verità, è 
che ci fanno orrore sia i miti sia gli “enunciati invul- 
nerabili”, come li chiamava il dadaista Hugo Ball... Su 
questo siamo con e contro Ball, perchè lui la frase 
invulnerabile se l’era posta come obiettivo, anche se 
questo contrasta con tutta l'idea che ci siamo fatti di 
Dada, insomma, quello chetalo ha scritto è semplice: 
c’è stato un conflitto interimperialistico, ed entrambi i 
blocchi - l'imperialismo nazifascista e l’imperialismo 
alleato - hanno usato tutte le armi del Mito e della Pro- 
paganda. Certo da parte nazista c'è stata la persecu- 
zione razzista, c’è stato l'internamento, la barbarie 
eugenetica, l'annientamento delle avanguardie di 
classe e del movimento operaio tutto: ma stiamo 
attenti, perchè l'imperialismo alleato ha cristallizzato 
tutto ciò In un enunciato invulnerabile; per giustificare 
la Yalta dei territori ha concordato con lo stalinismo 
una Yalta ideologica. 

Così ii nazi è diventato la personificazione del Male 
assoluto, si è attribuita la “Barbarie” ad una parte sola, 
il Razzismo è stato posto al di sopra delle classi. Chi 
può affermare a cuor leggero la veridicità di tutto quan- 
to propagandato dagli americani? Non mi sento di 
escludere l’ipotesi di Lalo ( che poi non è di Lalo, è un 


dibattito che ha origine anni fa e che ha avuto tanti e 
differenti contributi). Comunque, l'opposizione pro- 
letaria al nazifascismo, e l’eredità umana e politica di 
quell’opposizione, non vanno confusi con i'”Antifa- 
scismo” con la maiuscola sbandierato dalle istituzioni 
liberali e socialdemocratiche, l'antifascismo retorico e 
piagnucolone. Per quanto riguarda la Resistenza, noi 
non l’abbiamo screditata nè ci sogneremmo di farlo. 
Però non va taciuto che la Resistenza ha avuto una 
direzione stalinista e compromissoria, non “rossa" 
bensì “tricolore”, e che questa direzione ha usato la 
buonafede dei militanti pereliminare oppositori interni 
allo schieramento di classe, come trotzkisti, anarchici 
e Sinistra comunista; chi l’ha fatto fuori Pietro T resso? 
Non mi pare siano stati i tedeschi... Stiamo attenti a 
non confondere il giusto riconoscimento con 
l’agiografia! 

Eppoi, tutti hanno letto e criticato “La provoc/azione 
revisionista", ma non ho ancora sentito commenti 
sull’intervento che Lalo ha fatto seguire poco dopo, 
“Sul cosiddetto Antifascismo" (ERUZIONE. ASC)... 
Spero non sia sfuggito all’attenzione. 


D. INSOMMA, “TRANSMAN IACON” E' FINITA, ED 
E’ VERO CHE R. B. NON SCRIVERÀ’ PIU’? 

R. Fin dall’inizio avevamo pensato di fare non più di 
dieci puntate. Alla fine ne abbiamo fatte undici. Noi 
crediamo di aver dato notevoli spunti al dibattito, an- 
che se i limiti ci sono stati, non lo vogliamo negare; ma 
la rete ECN è stata quasi sempre usata per notizie o 
presedi posizione, molto poco per contributi teorici... 
Nella nostra prima “Risoluzione strategica” era annun- 
ciata l’immissione in rete dei materiali più interessanti, 
anche se frammentari, tratti dalle puntate. Ed è quello 
che abbiamo fatto, coerentemente. Perquantoriguar- 
da R. B. , ha specificato mille volte negli ultimi due anni 
che i suoi erano solo appunti, note, frammenti, che 
dovevano servire a lui e a chi li volesse usare - anche 
per negarli, polemizzare come è fortunatamente 
successo - per un lavoro più organico e “scientifico” da 
fare in una fase successiva. La prima fase è finita, e 
non è detto che la seconda verrà sviluppata attraverso 
la scrittura, o attraverso “quella” scrittura, contorta, 
irritante, immaginifica... Non lo so, vedo questo 
compagno molto turbato. 


Bologna, 18/2/1993, a cura di Mastro Ciliegia 


febbnìo 1993 /2 


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ecn milano 


Bologna 1 9 febbraio 1 993 


Radio K Centrale è stata occupata il giorno 1 7 febbraio dai Collettivi di donne e lesbiche "Siam 
tornate” (Eravamo a fare la spesa) e “Artemide e le furie”. I fatti: durante una riunione di 
“Artemide e le furie”, tenuta negli spazi di via del Fratello - spazi da loro ritenuti separati -, 
partiva una provocazione da parte di un “improvvisato fotografo”, il quale si rifiutava di 
consegnare il rullino alle occupanti. Ne nasceva una accesa discussione con conseguente 
rissa. Prima e durante la trasmissione Transmaniacon del 10 febbraio sulla vicenda, il 
discorso veniva impostato, sia da parte dei conduttori, che dai diretti interessati, criticando 
provocatoriamente la separatezza delle femministe, subordinando il loro diritto di autonomia 
e di differenza ad una precisa affermazione di non separatismo. 

Separatismo che veniva bollato come “differenzialismo identitarie”, ideologia, come si sa, 
appartenente alla cosiddetta “nuova destra”. 

Inoltre venivano fatte gravi affermazioni da parte di ospiti in studio. 

Da parte sua la redazione di RKC non riteneva tempestivamente necessario distinguere la 
propria posizione da quella assunta dalla trasmissione, credendo fosse sufficiente adottare 
sempre e comunque il criterio della “non censura”. E sottovalutando l’aspetto centrale che 
nel movimento convivono culture che piuttosto che essere conflittuali, spesso si danno in 
forma antagonista per la mancanza di valorizzazione delle differenze, operata da coloro 
(come nel caso deir”improvvisato fotografo”) che di fatto ipotecano la reale comunicazione 
tra le soggettività. 

Il progetto di una radio autonoma si inserisce certamente aH’interno di un percorso dell’ 
AUTONOMIA IN RETE. Ma un progetto che miri alla ricomposizione di soggettività sparse 
nel sociale, proprio perchè difficile e fragile, ha bisogno di precise discriminanti: innanzitutto 
il reale riconoscimento di tutte le differenze, anche di quelle che possono risultare “scomode”, 
la qual cosa, nella vicenda specifica, avrebbe dovuto imporre alla stessa redazione di RKC 
l’applicazione della precisa metodologia già elaborata in precedenza: cioè la cooperazione 
con le trasmissioni (non autogestite), non fatta di controllo e censura preventiva, ma di 
discorsi forti rivolti al fine di non produrre discriminazioni e luoghi comuni su altre soggettività 
non presenti in radio. 

E’ in questo contesto generale che va affrontata e valutata la pratica dell’occupazione di RKC. 
Non sempre la dialettica discorsiva (peraltro in questo caso assente) raggiunge i suoi obiettivi. 

La nostra solidarietà va alle donne e alle lesbiche per ciò' che concerne questa vicenda. Altro 
discorso è dichiarare che la “misura è colma”. Noi piuttosto auspichiamo che positivamente 
sia colmo in futuro il progetto radio, a partire dalle esperienze fatte dalle compagne e dai 
compagni in questi pochi mesi di trasmissioni. 

Ribadiamo che contro qualunque minaccia contro le soggettività autonome, compreso RKC, 
ogni spazio sarà da parte nostra materialmente e fisicamente difeso. Come va accettata e 
difesa, quando è giusta, la pratica delle occupazioni. 

Bologna, 19 febbraio 1993 I compagni che sono interni al progetto radio 


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Giornale Telematico per Vaatonomia in rete 




ecn mìlano 


Una, ed ultima, 
risposta a Lalo 


Nell'area politica e sociale deH'autonomia operaia, e 
nel movimento rivoluzionano in generale, convivono e 
hanno convissuto punti di vista diversi e/o conflittuali 
su molti argomenti, tesi, prospettive e fatti. 

In un periodo, poi, di particolare turbolenza ideologica 
e teorica, come quello nel quale che sta vivendo il 
movimento, il richiamo, puro e semplice, ai grandi ed 
unici principi della prassi comunista rischiadisembrare 
una inutile forzatura rispetto ad un difficile percorso di 
discussione collettiva. 

Se quindi nei movimento, e ai suoi margini, gli eredi 
teorici dellaSinistraComunistacontinuano unaostinata 
battaglia peruna loro particolare interpretazione politica 
dellastoria del movimento comunista nel periododella 
Terza Internazionale, non possiamo che invitarli a 
insistere nel lavoro di ricerca e discussione, sicuri di 
raccoglierne, prima o poi, i frutti positivi. All’interno di 
tale riflessione storico-politica rimane centrale, per 
questi compagni, la dimostrazione della continuità 
teorica tra I parametri complessivi della 1'' Guerra 
Mondiale con quelli della Seconda. Questi compagni, 
fin dagli anni della guerra 1939-45, hanno sempre 
negato la presenza di caratteri specifici nello scontro 
interimperialista, quindi, come ovvia conseguenza, 
l’antifascismo e la Resistenza (in questo senso già 
molti anni fa un proto-operaista, R. Gobbi, aveva già 
tentato di argomentare tentando una distinzione tra 
movimento proletario e movimento partigiano nel suo 
Operai e Resistenza e come d’altronde la storiografia 
più avvertita e disincantata ha, parzialmente, ricono- 


sciuto cfr. Claudio Pavone La guerra civile) sono con- 
siderate semplicemente appendici ideologiche degli 
Alleati e dei Sovietici. Anche a partire da tali basi la 
discussione, per avere senso ed essere produttiva, 
deve attenersi alla attenta e rigorosa valutazione dei 
fatti e, possibilmente, alla capacità storica di rapportare 
posizione politiche odierneconigradidi libertàconcessi 
agli attori del tempo, entro le condizioni teoriche e con- 
crete nelle quali operavano. Questa premessa soltanto 
per rimettere sui piedi giusti ogni proposta di discus- 
sione storica che provenga dal movimento o che lo 
induca a riflettere su particolari momenti della storia 
del movimento di ciasse nel '900. 

La Provoc/azione revisionista di Lalo “provocatore 
del/nel Collettivo Transmaniacon” e la penosa, e pa- 
tetica, finta Recensione da Transmaniacon n. 5 non 
appartengono al genere di analisi che abbiamo deli- 
neato in precedenza; l’ignoranza, la superficialità, la 
smania di trasgressione e il cinismo sono gli ingre- 
dienti di un miscuglio letale, la cui prima vittima è 
l'intelligenza e la storia. Purtroppo non è possibile 
cambiare, almeno a breve scadenza, l’antropologia di 
quelli che “ne sanno sempre molto più di tutti e han- 
no a che fare con una massa di babbei" (saremo noi) 
quindi in poche righe cercheremo di ristabilire alcuni 
punti fermi della storia del '900. In particolare ci oc- 
cuperemo ci ribattere solo alle falsità che Lalo infila 
sistematicamente sulla politica di sterminio e geno- 
cidio messa in atto dalla Gerrmania nazista. 



Febbraio 1993 / 2 


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ecn mìlano 


Precisazioni metodoiogiche 

Non è possibile mettere ordine dove non ve ne si trova, 
ma per farci capire dagli altri compagni babbei, 
cercheremo di sintetizzare le tesi di Lalo: la conduzione 
dello stato di guerra da parte del nazismo (Il fascismo 
italiano, romeno, belga, ungherese, spagnolo, porto- 
ghese etc., non viene mai nominato; sulla necessità di 
una visione europea e sincronicadel movimento fasci- 
sta cfr. E. Collotti, Fascismo, fascismi,) non fu più cri- 
minale di quello praticato dagli altri attori del conflitto. 
Se questa premessa è vera diventa evidente che il 
mito antifascista è ancora oggi solo una copertura che 
impedisce il libero svilupparsi di un saldo movimento 
di classe. 

Unico ostacolo a tale rinascita rimane quindi una inter- 
pretazione teorica e storica che vede nella politica di 
sterminio e genocidio del nazismo un unicum che 
deve essere analizzato e considerato come estrema 
conseguenza dell'intrecciarsl “virtuoso" della politica 
di potenza con il razzismo europeo, la nascita dello 
Stato-pianoeleforme della valorizzazione capitalistica 
negli anni '30. Ma le tesi di Lalo non si preccupano di 
tale livello di discussione teorica, unico obbiettivo è 
togliere la maschera demoniaca al nazismo, qui si ba- 
di bene, non peranalizzarnelaintima ratio capitalistica, 
ma per sbeffeggiare i creduloni antifascisti convinti 
della esistenza dei campi di sterminio nazisti e delle 
annesse camere agas. Il vero obbiettivo di Lalo è quin- 
di, a partire dalla convinzione della inesistenza delle 
camere a gas, svelare la truffa che ha accecato quasi 
tutti i comunisti dal 1939, impedendogli di vedere la 
realtà. E qui tocchiamo rapidamente un punto che poi 
non riprenderemo più: si può, anzi si deve, ripercorrere 
criticamente l’analisi e la pratica antifascista dei co- 
munisti, staliniani e non, negli anni '20, '30 e '40, ma 
un cretinetto non può permettersi di ridicolizzarne e 
sfotterne, lo spirito di sacrifico, la forza e la milizia. La 
battaglia antifascista di questi antichi compagni non 
può essere oggetto di scherno da parte di un cretinetto, 
che, probabilmente, senza il loro impegno, gestico- 
lerebbe a vanvera in qualche Istitutofascista di cultura. 
La pazienza di di migliaia di proletari antifascisti che, 
anche negli anni '60 e '70, hanno permesso l’agibilità 
politica al movimento di classe, ha un limite. 

In questa sede, comunque, ci interessa soltanto ri- 
prendere una ad una le Idiozie di Lalo, tralasciando la 
parte politica che deve essere trattata con la dignità 
che gli compete. Per chi volesse. In ogni caso, iniziare 
agettare le basi storiche di tale dibattito può cominciare 
dalla interessante rassegna di E. Collotti, altro tipico 
babbeo antifascista. La guerra nazista come g uerra di 
sterminio, in Fra stermino e sfruttamento, a cura di N. 
Labanca, Firenze, 1 992, pp. 3-29 e la raccolta di saggi 


Spostamenti di popolazioni e deportazioni in Europa 
1939-1945, Bologna, 1987. Il gruppo di storici militanti 
che più ha lavorato intorno al rapporto fra nazismo, 
genocidio, deportazioni e Stato- piano èquello formatosi 
neH’Hamburger Stiftung fur Sozialgeschichte des 20. 
Jharhunderts. Il più conosciuto In Italia è Karl-Heinz 
Roth che, incredibilmente, Lalo cita nella bibliografia 
dell'atlicolo, senza probabilmente averne capito nulla. 
Gli elementi necessari alla comprensioni di un tale 
argomento, in ogni caso, non possono essere raccattati 
dalla letteratura revisionista francese, sia per la sua 
pochezza documentaria, sia per i suoi schietti caratteri 
antisemiti e fascisti. Ecco come Lalo, citando Faurisson, 
descrive gii effetti della truffa delle camere a gas: “le 
pretese camere a gas hitleriane [non naziste ndr.] e il 
preteso genocidio formano una sola e medesima 
menzogna storica, che ha aperto la via ad una gigan- 
tesca truffa politico-affaristica..'' ed ecco riapparire 
l’ossessione monetaria degli “ebrei’’ e il complotto 
giudaico- bolscevico di buona memoria. E questo 
pezzo è citato in uno scritto di un cretinetto che si de- 
finisce comunista libertario I Ma almeno, se si vuole 
essere revisionisti, si usino i lavori di Sturmer, Fest e 
Hillgruberche sono storici e che non si azzardano a 
negare la politica nazistadi sterminio, semplicemente 
la collegano, logicamente e storicamente, al vero 
scandalo politica del '900, la rivoluzione sovietica, 
l’assalto al cielo dei proletari europei dopo il grande 
macellumdella Grande Guerra. Il nazismo, affermano 
questi nuovi revisionisti, è stato tale perchè risposta 
politica abnorme alla minaccia del comuniSmo. Se 
estraiamo dalla seconda guerra mondiale tale aspetto 
essa torna una simpatica, normale guerra mondiale. 
Ma la politica di sterminio nei confronti degli ebrei, 
degli slavi, degli zingari, degli omosessuali, dei malati 
mentali e dei malati incurabili, degli asociali, dei devianti 
sessuali l'annientamento del movimento proletario e 
di ogni altra opposizione politica e sociale, l’istituzione 
di uno Stato di polizia etc, non sono una variabile, sono 
parte integrante di un nuovo tipo di politica di potenza. 
Questo caro Lalo è il nuovo livello del revisionismo 
europeo non i balbettìi di Faurisson e Rassinier, buoni 
solo per Ideogramma e Origini e polli di T ransmaniacon . 


Imprecisioni ed errori 

Lo storico Vidal-Naquet secondo Lalo è costretto ad 
ammettere, a denti stretti, che "lo storico se gli si di- 
mostra che non vi sono state camere a gas a Dachau, 
che il diario di Anna Frank [..] pone problemi di 
autenticità o che il Krema I, quello del campo di Au- 
schwitz propriamente detto, è stato ricostrito dai po- 
lacchi dopo la guerra, è pronto a inchinarsi.” 


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A parte il fatto che lo storico, e qualsiasi persona sana 
di mente, accetta I risultati della verifica scientifica, 
Lalo si dimentica di dire che la citazione di Vidal-Na- 
quet, p. 295, è contenuta in un libro di 305 pagine nelle 
quali la famosa storiografia revisionista è smontata e 
distrutta dalla paziente opera di un vero storico. 

Per quanto riguarda la camera a gas di Dachau non 
c’è prova sicura della sua esistenza, ma è sicuro che 
nella famosa Baracca X fu trasferito personale dal 
castellodiHartheimdovevenivasicuramente praticata 
l’eutanasia ai malati mentali con gas e iniezioni letali 
e infine esperimenti medici su deportati. Non è stato 
possibile appurare con certezza come venissero ese- 
guite ie esucuzioni nella Baracca X, ma ad Auschwitz, 
Natzweiler, Neungamme, Stutthof, Ravensbruck, 
Sachsenhausen, Mauthausen e Maidanek c’erano 
sicuramente camere a gas (tra le centinaia di testi- 
monianze scritte e orali cf r. quelle raccolte da KOGON, 
LANGBEIN, RUCKERL, Les chambre à gaz, secret 
d’Etat, Paris, 1 984) Naturalmente il loro funzionamento 
non andava a discapito delle normali morti per fame 
(italiani e russi in particolare visto che la razione media 
durante la guerra non consentiva una sopravvivenza 
superiore ai 70 giorni), per percosse, superlavoro, le 
fucilazioni etc. Non bisogna dimenticare che il campo 
di Dachau aveva una lunga storia, fin dal marzo 1 933, 
subito dopo la liquidazione dei cosidetti “campi 
selvaggi’’(cfr.A. DEVOTOBibliografiadell’oppressione 
nazista fino al 1962, Firenze, 1964, pp. 128-130 e ID. 
L’oppressione nazista, Firenze, 1 983, p. 1 33), e aveva 
ospitato e “ trattato’’ migliaia di comunisti, socialisti e 
sindacalisti negli anni Trenta. La sua riconversione 
alle nuove esigenze della guerra fu piuttosto difficile 
peri nazisti. Cfr., in italiano G. MELODIA, La quaran- 
tena, gli italiani nel Lager di Dachau, Milano, 1971. 
Nei KL citati l’eliminazione degli elementi nocivi, 
razzialmente, politicamente e socialmente pericolosi 
veniva perseguita con i metodi che abbiamo citato, ma 
una gran parte del problema “ebraico” nella Europa 
dell’Est venne risolto durante la famosa Azione 
Reinhard nei campi di annientamento, il cui scopo era 
per l’appunto solo la eliminazione tramite camere a 
gas a Sobibor, Treblinka, Cheimo, Belzec e Kulmhof. 
Un libro di facile consultazione rimane quello di Gitta 
Sereny, In quelle tenebre, Milano, 1975. Una lunga 
intervista a Franz StangI, comandante di Treblinka, 
con molto materiale d’archivio, l’intervista a Franciszek 
Zacbeckl capostazione della città di Treblinka che 
annotò meticolosamente il numero dei treni in 
arrivo,pieni, al ritorno verso Varsavia, vuoti, e interviste 
a 5 sopravvissuti. Uno di loro, Glazar racconta anche 
del disperato tentativo di rivolta dell’agosto 1942. 
Alcuni di quei testimoni sono apparsi anche in video 
nel film Shoah di Lanzmann. Sulla sorte degli ebrei 


polacchi rinchiusi nei ghetti altrettanto consultabile E. 
Ringelblum, Sepolti a Varsavia, Milano, 1 963. L'autore, 
uno storico polacco, membro della resistenza dentro 
il ghetto, fu giustiziato il 7 marzo 1 943 insieme con la 
moglie e il figlio dopo la rivolta. Nel settembre 1946 
furono rinvenute due casse delle cronache del ghetto 
di Ringelblum e altre due il 17 dicembre 1950. 

Non bisogna dimenticare che il passaggio tecnico alle 
camere a gas fu necessario allorquando si notò che 
l’uso dei furgoni, abilitati ad uccidere con il classico 
monossido di carbonio durante la operazione T-4, 
l’eutanasia di circa 93.000 malati di mente e incurabili, 
si rivelò troppo costoso ed inefficente. Sulla eutanasia, 
per ripulire razzialmete il paese e liberare posti negli 
ospedali in vista della guerra è molto utile il sintetico 
puntodivistadiM.Burleigh, W. Wippermann, Lo Stato 
razziale. Germania 1933-1945, Milano, 1993, pp. 
127-141. 

E’ inoltre da sottolineare che a seguito delle truppe 
impegnate nella operazione Barbarossa i cosidetti 
reparti speciali (Einsatzgruppen) che ripulirono siste- 
maticamente il territorio da ebrei, comunisti e in gene- 
rale chi potesse un giorno opporsi al Nuovo Ordine 
Europeo. Non si trattava di reparti anti-partigiani, era 
il nuovo che riordinava ideologicamente e razzialmente 
lo spazio vitale, li personale della azione T-4 fu poi 
opportunamente riciclato nell’appoggio ai reparti 
speciali, poi nell’azione Reinhard. 

Sull’uso del gas : l'acido cianidrico (detto anche acido 
prussico) ha una temperatura, o punto di ebollizione 
di 25,7 C°, quindi molto volatile; per capire gli effetti 
della sua volatilità basta pensare all’etere etilico che 
ha un punto di ebollizione di 34,6°C (è sufficente aprire 
una bottiglia contenente etere, inspirare e percepire 
immediatamente l’odore. 

Lo Zyklon B è stato commercializzato nel 1 923 in Ger- 
mania dalla Degesch d Francoforte. Lo Zyklon è un 
solido costituito da acido cianidrico adsorbito su Kiesel- 
gur (terra di infusori ovvero silice, la stessa tecnica 
utilizzata perstabilizzare la nitroglicerina) e si presenta 
come un solido grigio azzurrastro, sufficentemente 
stabile da essere conservato in contenitori sigillati. Il 
Kieselgur è in grado di adsorbire una quantità di acido 
cianidrico pari due volte al proprio peso. Per liberare 
l’acido cianidricodalsolidoèsufficenteunatemperatura 
superiore ai 27 °C, praticamente stanza piena di 
persone, con l’avvertenzache, avendo l’acido cianidrico 
una densità di 0,95'=C, tende a salire verso l’alto. 
Questo era il modo di usare lo Zyklon B. Se dobbiamo, 
inoltre, ragionare sui sali cianidrici l’affermazione 
sull’acqua è valida perquanto riguarda i cianuri alcalini, 
ovvero di potassio di litio e di sodio, ma non altrettanto 
per quelli alcalino terrosi (calcio e affini). E’ bene 


Febbrmo 1993 /2 


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ecn mìlano 


ricordare che si possono preparare facilmente solidi, 
stabili quanto lo Zyklon B, formati da cianuri alcalini e 
acidi allo stato cristallino, come per esempio l'acido 
citrico, l'acido ossalico e l'acido tartarico. Il solido così 
formato reagisce con l'acqua liberando il famoso 
acido cianidirco (Prof. P. Belletti-Istituto Sobrero- 
Casale Monferato). 

Il diario di Annalies Marie Frank, in casa era chiamata 
solo Anna, fu pubblicato dal padre, un ico sopravvissuto 
alladeportazione, nel 1 947 con il titolo di Het Acherthuis, 
(Il retrocasa): la pubblicazione non fu mai integrale 
perchè il padre selezionò i testi. Come tutti i testi ma- 
noscritti, rieditati non dall'autore, ma da critici e parenti 
presenta problemi filologici, per fare un esempio che 
tutti conoscono basta riferirci all’opera di Fenoglio e 
quella di Nietzsche; comunque al di là del diario, per- 
chè una ragazzina tedesca di 1 4 anni fu deportata ad 
Aushwitz e dovette morire di tifo e di stenti a Bergen 
Belsen dopo appena sei mesi di prigionia? (una inte- 
ressante critica alla mentalità attendista e piccolo bor- 
ghese della famiglia Frank è contenuta nel saggio di 
Bettelheim, ex deportato austriaco, in Sopravvivere II 
destino di Anna Frank: una lezione ignorata, pp. 1 71 - 
181). 

La testimonianza di Anna Frank ha sempre colpito 
l'immaginazione per il suo contenuto patetico, ma se 
non si vuole interessarsene si può ricorrere alle cen- 
tinaia di altre testimonianze scritte pubblicate negli 
ultimi venti anni anche in Italia. Circa 200 ex deportati 
residenti in Piemonte sono stati recentemente in- 
tervistati, a quasi quaranta anni di distanza, e le loro 
voci assordano per la loro spietatezza, sicurezza e 
concordanza (cfr. La vita offesa, (a cura di A. Bravo e 
Daniele dalla) Milano, 1988). Le testimonianze di 
Primo Levi sono di grande interesse, perla suafredda 
descrizione degli avvenimenti e del clima ad Auschwitz, 
dove entrò come partigiano e si ritrovò classificato 
ebreo, ma pochi libri hanno un impatto come quello dei 
comunista austriaco H. Langbein, Menschen in 
Auschwitz In questo libro vengono descritte le altenative 
della politica nazista, sterminare e/o produrre, 
sterminare a mezzo di lavoro forzato o produrre, 
dell'ultimo periodo di Auschwitz. Il periodo, per 
intendersi, della guerra totale di Speer e della 
inesorabile sconfitta bellica. 

L’ipotesiche meglio haconiugato la teoriafunzionalista, 
incollocabilità degli indesiderabili nel nuovo ordine 
europeo, con quella intenzionalista, resa del conti 
finale con il complotto giudaico-bolscevico, è quella 
esposta da A.Mayer nel suo volume La soluzione 
finale, Milano, 1990. In particolare viene individuata 
nella conferenza di Wansee, 20 gennaio 1942, il 
momento di crisi della ipotesi di una rapida vittoria 


militare all’Est, sconfitta di Mosca, e la necessità di 
avviare una Endiosung (soluzione finale) all’altezza 
dei tempi. 

Campi di concentramento ve ne furono di tutti i tipi 
durante le due guerre mondiali, Mauthausen lo fu 
anche per i prigionieri di guerra Italiani della Grande 
Guerra, ma confondere i campi di concentramento 
con i KL nazisti, come abbiamo già spiegato, è giocare 
con le parole perconfondere e rendere tutto uniforme. 
Solo per fare un esempio controllabile da tutti: i 
deportati italiani nei KL furono circa 40.000, e ne 
tornarono meno del 5% in 16 mesi. I prigionieri di 
guerra italiani catturati dalla Wermacht, dopo l'8 
settembre 1943, furono circa 600.000 e nella gran- 
dissima maggioranza si rifiutarono di aderire alla 
Repubblica di Salò. Furono classificati Internati Militari 
Italiani, categoria che non rientrava in queile previste 
dallaconvenzione di Ginevra, sottoposti ad un regime 
alimentare durissimo e al lavoro coatto. Circa il 10% 
non riuscì a scampare ai 1 6 mesi di prigionia. Come 
si vede si tratta di campi di concentramento, sotto lo 
stesso regime di tipo e finalità profondamente diverse 
anche negli effetti. 

I KL, sia quelli di puro annientamento, sia quelli di 
annientamento/custodia/lavoro erano di genere 
sconosciuto a tutti i campi di concentramento con- 
fusamente citati da Lalo. Un paragone èforse possibile 
tentarlo con I Gulag, anche se la letteratura (sostan- 
zialmente, Solgenytzin, Salamov, Ginzburg e Con- 
quest) indicano che, a parte le grandi ondate di Ter- 
rorestaliniano degli anni '30, vanno piuttosto paragonati 
alle colonie penali anglosassoni e francesi. 
LavicendadellacomunistatedescaBuber-Neumann, 
antistalinista e incarcerata in URSS e poi consegnata 
ai nazisti nel 1940, al tempo del Patto Molotov-Riben- 
tropp, offre una eccezionale possibilità di raffronto.(si 
vedano i due volumi Deportée in Sibèrie, e Deportée 
in Ravensbruck) 

In ogni caso non sono lontanamente paragonabili ai 
KL nazisti. L'intenzione di abbattere tutti i campi di 
concentramento, e spero tutte le istituzioni totali, è lo- 
devole, ma confondere I piani storici, I diversi momenti 
di articolazione del comando del capitale, e farlo 
coscientemente al servizio di una teoria politica, è 
folle. Nessunateoria politica rivoluzionaria si costruisce 
da una analisi storica sbagliata e superficiale. 


La corretta valutazione della politica nazista, sterminio 
e annientamento politico e razziale, non impedisce, 
anzi facilita, il giudizio sul bombardamenti terroristici 
degli inglesi e degli americani. In particolare deve farci 
notare le affinità tra il bombardamento di Hiroshima e 


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Nagasaki e la politica di annientamento nazista come 
Ipotesi del dominio totale e intangibile sul pianeta, i 
vietcong e la rivoluzione cinese si incaricheranno di 
smentirla duramente. Ciò non toglie che che dopo la 
resa del Giappone e della Germania i bombardamenti 
cessarono, mentre per ebrei, zingari, comunisti, anti- 
fascisti In genere, la vera mattanzasarebbe cominciata 
dopo. Con la vittoria del nazi-fascismo non ci sarebbe 
stato scampo per nessuno degli oppositori. Niente 
resasenzacondizioni, bisogna ammettere che, mate- 
rialisticamente, la differenza non era di poco conto e 
che tale precisa e fondata percezione abbia poi contri- 
buito a radicare un certo antifascismo tra le popolazione 
europee che avevano subito direttamente la domina- 
zione nazi-fascista. Come diceva un amico di J. Sem- 
prun, ex-combattente della guerra civile spagnola 
consegnato dai francesi di Vichy ai nazisti e deportato 
a Mauthausen, “ Non ha alcun senso comprendere le 
SS, basta sterminarle" (Il grande viaggio). 

Alcune altre precisazioni: lastrage degli ufficiali polacchi 
(circa 5.000) nelle fosse di Katyn fu compiuta nel 1 940, 
non dagli Alleati, ma dai sovietici, per al precisione 
dalla NKVD, quando erano ancora alleati dei nazisti. 
Rassinler fu deportato a Buchenwald e/o Dora, 
decidersi, visto che Dora fu un sottocampo di Bu- 
chenwald fino al 1943 quando divenne un KL parti- 
colare, interamente votato alla costruzione delle V-1 
e V-2; molti operai italiani, dopo gli scioperi del marzo 
1 943, vi furono deportati. 

In conclusione possiamo invitare Lalo a continuare le 
riflessione su Avanzi e sulla televisione, ma ad abban- 
donare terreni che, per la loro oggettiva pesantezza 
storica e politica, non consentono voli e stupidaggini. 
Non siamo più disponibili a leggere interventi del tipo 
di Provoc/azione revisionista e altre idiozie consimili. 
Lo invitiamo ad una pausa di riflessione e lo avvertiamo 
dei limiti, già messi a dura prova, della nostra pazienza. 
Ci sono tante riviste e fogli revisionisti su cui scrivere, 
in buona compagnia, guarda caso, con i razzisti, gli 
antisemiti e i neo-nazisti di oggi. 


Un gruppo dì compagni del Piemonte 



FMnh 1993 /2 


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ecn mìlano 


il dovere, verso dio e l’umanità, di impedire che i nemici 
di libertà e vivere civile abbiano facoltà di decisione 
circa le fonti di energia e le materie prime esistenti nel 
loro paese. Donde la conseguenza, espressa in chiare 
lettere, che i paesi detentori di fonti energetiche e di 
materie prime siano retti da governi "amici” dell'A- 
merica, condizione da imporsi, se necessario, con 
'lempeste'' nel deserto e in qualsiasi altro luogo della 
Terra, come sicuramente vedremo anche nell’ex 
URSS, se la stessa ex URSS non dimostrerà tem- 
pestivamente, con il linguaggio dei fatti (il solo che 
valga in politica), che l’onnipotenza americana è re- 
lativa, alleandosi, magari - a questo fine - con Cina e 
Giappone, così da costituire un "polo” di deterrenza 
tale da far riflettere i gestori della Casa Bianca e del 
Pentagono, e, più di loro le famiglie americane che, 
attraverso i meccanismi della valorizzazione (produttiva 
efinanziaria),dispongonodeldestino degli honestiores 
di Washington come questi ultimi del nostro. 

Una realtà storica ben difficile da digerire, non, ovvia- 
mente, dai tradizionali compradores (che hanno ben 
ragione di prospettarsi, per quanto li riguarda, un av- 
venire di bengodi, dovendo il terrore capitalistico met- 
tere in conto flussi senza precedenti di armi, guerre, 
droga, meretricio, criminalità organizzata e diffusa, 
derelizione, squadroni della morte, rammendi tecno- 
logici della biosfera), bensì dai difensori d’ufficio (la 
sinistra a servizio dello Stato) degli umiliores, i sempre 
più numerosi poveri cristi, cui sarà sempre più arduo 
garantire uno straccio di sopravvivenza limitandosi 
alla sfera della riproduzione senza mettere in causa 
quella produttiva (che ha di fatto fagocitato Stato e 
società civile), come son tutti impegnati a fare ad inc- 
ominciare dal comunista Garavini che, nell’intervento 
conclusivo del proprio partito (1 991 ), ha tenuto a ras- 
sicurare che l'attività di Rifondazione "non èstru mentale 
per esercitare il potere dello Stato”, da lasciare nelle 
mani di chi ne dispone per infliggerci, all’interno altri 
golpe sociali secondo il modello inaugurato da Amato 
con un’efficienza che gli ha valso l’ammirazione dei 
due maggiori potentati italici (Conf industria e Vaticano), 
e, su scala internazionale, il perenne stato di guerra 
chiamata pace, per la quale nulla cambia sieda alla 
Casa Bianca l’ex capo della CIA o il credente battista, 
beniamino di sinistri e pacifisti. 

Ma allora che fare? Che fare se, a parte la sinistra non 
omologabile (perseguitata e largamente in minoranza), 
l’altra, del palazzo, neanche si avvede (o finge di non 
avvedersi) che senza un segnale di disponibilità a un 
operare non più di tutto riposo dopo che si è consumato, 
conilSI luglio, ogni spazio di mediazione, altri 31 luglio 
- peggiori di quello del 92, seguiranno, sicché il futuro 
di questa sinistra non è neanche più ipotizzabile in 
termini di decenza politico - morale? 


Unica chance, sul plano sociale e su quello politico: 
adoperarsi per dimostrare, con i fatti, la relatività del- 
ronnipotenzaamericana,dallaqualesonodaaspettarsi 
- mancando la conferma di tale relatività - orrori e 
disastri ancor più terrificanti di quelli che vanno da 
Hiroshima al Golfo. 

Comunque, si possa o no operare in tal senso, sa- 
rebbe augurabile potersollecitare efficacemente "color 
che detestano la guerra e la ripudiano con tutto il cuo- 
re” (“Manifesto”, 22-1 -93), senza perquesto ripudiare 
la valorizzazione cui dobbiamo (se Amato non ce l’ha 
tolto) il nostro benessere “nordico", e, con esso, una 
platonica volontà di redenzione universale che ci 
concili con la nostra coscienza - sollecitarli perché ci 
risparmino, sui giornali e nelle piazze, le invocazioni 
che gli accomunano a tutti i mostri sacri dello status 
quo, le invocazioni alla pace americana, al solidarismo 
interclassista di matrice cristiana, alla democrazia a 
questa democrazia proprietaria della guerra perma- 
nente, sia essa la guerra chiamata pace della valo- 
rizzazione edelladeterrenzaterroristica, oli massacro 
divenuto quotidiana routine in un universo senza più 
legge che non sia la volontà del sovrano planetario, 
massacro indispensabilea un tempo come "punizione” 
dei pochi e ammonimento per tutti, che apprendano 
l’accaduto senza partecipazione per le vittime, e rin- 
graziando il buon dio d’esserne fuori, l’accaduto (per 
restare alla cronaca di oggi) che il citato “Manifesto” 
presenta con questo titolo su due colonne: ”E’ incomin- 
ciata (dallaTerradi Nessuno) la marcia suicida del 400 
palestinesifra le mine israeliane”, mine evidentemente 
da preferirsi alla morte perfreddo e fame decretata dal 
Governodiisraelea riparo dell’onnipotenzaamericana. 


Roma 22 gennaio 1992 

DARIO FACCINO 



Febbraio 1993 / 2 


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Perchè perderemo 
anche la prossima guerra 


Innanzi tutto, dati i tempi bui (del cervello) in 
cui viviamo, una precisazione suila guerra. Assurdo 
pensare ch'essa sia necessariamente guerreggiata, 
concatastedimortidaunaparteedeH'aitra. Unaguer- 
rasi può vincere e perdere anche senza combattimenti 
cruenti, trincee, cadaveri, feriti. L'esperienza più cla- 
morosa, per l’autore di questo articolo, fu quella del 
settembre 1938, quando Hitler dette l'ultimatum sulla 
Cecoslovacchia per il primo ottobre: se entro quella 
data Praga non avesse accettato di essere fagocitata 
dal terzo Reich, Hitler sarebbe penetrato in territorio 
ceko con le sue panzerdivisionen, e Parigi e Londra 
facessero quel che volevano. 


in Spagna avrebbe comportato, per la Francia, una 
probabile non lontana aggressione italo-tedesca nel 
Mediterraneo e sul Reno, e una ancor più probabile 
guerra civile interna. E tuttavia la scelta di classe da lui 
fatta (la scelta tradizionale della socialdemocrazia: la 
scelta del capitalismo) lo indusse a seguire mansueto 
il governo conservatore britannico, che, come dirà 
Churchill nel '38 (in occasione della crisi per la Ceco- 
slovacchia), "ha scelto la vergogna perscongiurare la 
guerra, e avrà guerra e vergogna", come poi s'è visto. 


Così parlava Hitler sapendo che i governi 
imperiali di Francia e Gran Bretagna mai, per ragioni 
di classe, avrebbero accettato l'offerta di aiuto sovietica. 
Non erano di fatto Francia e Gran Bretagna con lui in 
Spagna ad aiutare Franco contro la “barbarie bol- 
scevica", che comprendeva in realtà, su territorio spa- 
gnoio, le comuniste brigate Garibaidi, ma tanti più 
combattenti non-comunisti, combattenti anarchici, so- 
cialisti, repubblicani, democratici? Nel luglio '36, quando 
ebbe inizio l'aggressione franchista contro il legittimo 
(democraticamente eletto) governo spagnolo, il go- 
verno conservatore britannico fece ben più che chiudere 
gli occhi, e quello francese (il governo di Fronte Popo- 
lare capeggiato dal socialdemocratico Léon Blum) ri- 
fiutò l’invio di armi che la Spagna aveva acquistato in 
precedenza e regolarmente pagato. 

Blum lo capiva che una vittoria del fascismo 



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LE GUERRE 
DELL'ONNIPOTENTE 



E' quando - fondato l'impero - il ceto dominante dell’ 
antica Roma (gli honestiores) si ritenne onnipotente, 
che incominciò II declino, sanzionato, per un verso, 
dalla vittoria della barbarie cristiana, e, per l'altro, dalla 
supremazia militare dei “barbari”. Lo stesso Marco 
Aurelio (il più mansueto - per carattere e in ragione 
della propria filosofia stoica - degli imperatori) dovette 
consumare in guerre la maggior parte degli anni del 
proprio regno, e in una campagna di guerra gli toccò 
morire causa la peste. 

L'onnipotenza (che in realtà non è maitale perquanto 
un dominio disponga di un'infinità di risorse) origina 
fatalmente la ybris (l’arroganza del potere), che i greci 
ritenevano il peggiore dei mali, in quanto acceca chi ne 
è portatore, sicché non gli è dato vedere l'abisso verso 
cui muove. Credendo infatti di potersi goderla vita che 
gli talenta a spese di tutti, trascura il buon governo 
della cosa pubblica, sicuro che potrà in ogni caso (si 
tratti di politica interna o internazionale) rimediare con 
la ragione delle armi, e il risultato emblematico è quello 
dell'antica Roma, cui divinità infernali devono aver 
spianato la strada alla distruzione di Cartagine (il con- 
tropotere di quel tempo, che stava a Roma come nel 
quarantennio postbellico l’Unione Sovietica agli Stati 
Uniti), illudendola così circa la propria onnipotenza. 
L’onnipotenza è costata agli honestiores il suicidio 
politico: ma cos’è costata alle loro vittime, interne e su 
scala internazionale? 

Probabile che pensassero agli orrori dell’onnipotenza 
romana Montesquieu e Rousseau quando rilevarono, 
nei loro testi di filosofia politica, che se le abituali 


guerre fra le potenze europee del loro tempo erano un 
indicibile calamità, ben più datemere sarebbe stato un 
dominio che (perdirlacon il linguaggiodei nostriglorni) 
impone lapaceatomicocibernetica, sotto ilcui usbergo 
schiaccia gli amici (com'è il caso dell'Italia) con armi 
economico finanziarie, riservando agli altri guerre- 
sterminio di durata illimitata (tipo Iraq), con variante 
delle guerre umanitarie convalidate come tali anche 
da sua santità. 

Si deve alla pervasività del delirio mediale, rafforzato, 
in questo caso, dalla subcultura della sinistra omolo- 
gata, se il crollo del muro, nel novembre 1 989, ha sca- 
tenato l'irrefrenabile entusiasmo del mondo civile (il 
nostro, cristiano-capitalista), sordo al pessimismo del 
resto dell’umanità (l'ottanta per cento degli umani), 
ben cosciente di che cosa l’aspettasse potendosi l'A- 
merica ritenere onnipotente. 

Non era chiaramente dettato - quel pessimismo - da 
“nostalgia” per la potenza sovietica (cui, in ogni caso, 
si deve per tanta parte la liberazione dell’Europa dal 
nazismo): si trattava semplicemente del fatto che la 
dura esperienza delle periferie consentiva di vedere 
altrettanto lontano dell’illuminata filosofia di Mon- 
tesquieu e di Rousseau. 

Una delle prime mosse dell’onnipotente Bush (oltre a 
quelle cruentemente esibite a Panama e nel Golfo) fu 
infatti la formulazione del programma mondiale degli 
Stati Uniti per quanto concerne energia e materie 
prime. 

implicita premessa: gli Stati Uniti, quali paladini su 
scala planetaria della libertà e del vivere civile, hanno 


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LaleggendaèquelladiunHitlerindemoniato, 
pazzo furioso, che magari lo era, senza che ciò nulla 
levasse allasuaconoscenzadituttarinfamiaecodardia 
delle “grandi democrazie”, conoscenza che gli fruttò, 
in quel tempestoso settembre del 1 938, la più inebriante 
conferma di potere tutto su avversari legati come lui al 
carro capitalista, ma incapaci, a differenza di lui, difare 
la guerra quand’è necessario. 

Fu Monaco (29-30 settembre 1 938) la grande 
vittoria di Hitler. Fino al giorno prima ogni speranza di 
“ salvare la pace “ sembrava perduta, e già tanta gente 
(i borghesi in condizioni economiche di farlo) stava 
abbandonando Parigi e Londra, quando Mussolini, 
imbeccatodalpremierbritannicoChamberlain, propose 
la conferenza a quattro (Francia, Gran Bretagna, Ger- 
mania, Italia) persanzionare una resache salvasse la 
faccia dei governi francese e britannico, e subito le 
campane (venuto l’assenso di Hitler) suonarono a 
festa a Londra e Parigi, e Blum inneggiò, sul proprio 
giornale, alla “sacra fiamma della pace”, che, in quel 
contesto storico, comportava - insieme con l'asservi- 
mento della Cecoslovacchia - la condanna a morte 
della “non-sacrosanta” causa della democrazia spa- 
gnola: il tutto con la prospettiva della seconda guerra 
mondiale, che divampò infatti meno di un anno dopo 
(primo settebre 1 939) con l'invasione tedesca della 
Polonia. 

Ciò che separa la guerra chiamata pace (la 
guerra del capitale, che è tale già nel processo di 
valorizzazione, e che, tutto dovendo mercificare, uomo 
compreso, non può mai autonegarsi) da quella guer- 
reggiata è la mediazione, possibile nella prima, im- 
possibile nella seconda. Sicché il passaggio dalla 
prima alla seconda non è dato dall’abbandono della 
fase in cui “ non si spara”, per assumere l’altra, in cui 
“si spara”: Il passaggio avviene non appena (si tratti di 
conflitti fra Stati o sociali) il potere, che ritiene di poter- 
lo fare impunemente, non lascia più spazio alcuno alla 
mediazione, sicché l'alternativa é scontro o resa. 

L’abbiamo visto, qui da noi, il 1 0 dicembre 
1991, quando, di punto in bianco, governo, padronato 
e triade sindacale abrogarono la scala mobile, l’unico 
istituto di effettiva eguaglianza sociale in un quaran- 
tennio di democrazia consociativa. Una più che lam- 
pante dichiarazione di guerra sociale, che però nes- 
suno, nelle file delia sinistra “responsabile” (respon- 
sabile, come nel ’36 Léon Blum, di fronte al dominio 
capitalista), mostrò di considerare come tale, come 
denuncia,fra l’altro, il ricorso algiudiziarioperiniziativa 
sindacale, quasi si fosse trattato semplicemente di 
stabilire la corretta interpretazione della “reale volontà” 
delle parti. 


E’ così che il 31 luglio potè suonare come un 
sorprendente atto di pirateria sociale, quando invece 
altro non era che la “pacifica” entrata a Praga delle 
panzerdivisionen dopo la Monaco del 10 dicembre 
1991. 

Si era ormai nel vivo della guerra, la guerra 
di sterminio sociale che, dal 31 luglio al 30 dicembre, 
ha portato, senza risposta alcunadi guerra (non si dice 
di Trentin, ch’era scontato, ma neanche da parte del 
“radicalismo” politico-sindacale simboleggiato, nell’uno 
e nell’altro campo, rispettivamente da Garavini e Ber- 
tinotti) al “salario d’ingresso"e al noleggio dei lavoratori 
sul modello di quello delle auto. 

Una sconfitta altrettanto vergognosa e 
pesante, sul piano sociale, di quella dei conservatori 
britannici e dei socialdemocratici francesi nei triennio 
’36-’38. E anche qui unica prospettiva realistica: quella 
della “seconda guerra mondiale”, della seconda (dopo 
quella fascista degli anni venti) ricacciata nel ghetto 
del lavoro più o meno garantito. 

Già le istituzioni internazionali politico- 
finanziarie, che governano il nostro paese tal quale 
quelli del terzo mondo, hanno lamentato che mancano 
ancora, pergarantire il nostro “risanamento economi- 
co", ventimila miliardi. D’altra parte chi non sa che da 
qui al varo dellafinanziaria per II 1994 il governo (Ama- 
to 0 Occhetto non importa) scoprirà “buchi” perchissà 
quanti altri miliardi, sicché sarà giocoforza tornare al 
tempo dell’ “oro alla patria”, tempo già preannunciato 
da Trentin con la proposta di prestito forzoso? 

Sarà un’altra guerra, per la quale non c’è 
proprio bisogno che Pentagono e Casa Bianca 
decidano il da farsi come sembra credere Rossana 
Rossanda che, visto il tempestoso epilogo presi- 
denziale di Bush, ha scritto (“Manifesto”, 1 9 gennaio 
1 993): “Quale che sia il futuro (per tutti noi sudditi di 
una provincia dell’impero, ndr) dopo il 20 gennaio, si 
tratteràdi unadecisionefra Pentagono e Casa Bianca. 
Ecome che vada, nessunose ne discosterà. AgliStati 
Uniti abbiamo comsegnato non solo la nostra sorte, 
ma il nostro raziocinio.” 

Pentagono e Casa Bianca sono sicuramente 
determinanti: in questo caso però II raziocinio non 
c’entra, quel che conta, in questo caso, sono le “due- 
cento famiglie" alle quali dovevano rispondere negli 
anni trenta i governanti francesi, di destra o sinistra 
che fossero, famiglie rientranti Óeri e oggi, tanto in 
Franciache in Italia) in quell’uno percento dell'umanità 
di cui parla l’autorevole economista Wallerstein, uno 
percento che, in forza delle proprie risorse economiche. 


Febbraio 1993 /2 


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finanziarie, militari, comunicative, decide del destino 
non solo del genere umano, ma anche del sistema 
della vita. 

E se il raziocinio c’entra per qualcosa, esso 
è quello pavidamente disfattista che fece anteporre a 
Slum -alla guerra che avrebbe dovuto fare nel ’36 con 
buone probabilità di vittoria - il suicidio consumato nel 
'38 nel momento in cui inneggiava alla santa causa 
della pace; Il raziocinio del voluto oblio di quanto (come 
opportunamente ricorda “Anno zero", bollettino del 
Centro per l'iniziativa politico-sindacale di Pistoia) 
scriveva Marx nel 1 844, e cioè che "la produzione (del- 
la valorizzazione capitalistica, ndr.) produce l’uomo 
non solo come una merce umana, l'uomo col carattere 
della merce, ma lo produce, conformemente a questo 
carattere, come un ente disumanato, siaspiritualnemte 
che fisicamente.” E la merce, si sa, non può godere di 
cittadinanza e diritti connessi, e neppure si può pensare 
che possa essere ceduta dal padrone gratis et amore 
dei. La merce è tale in quanto il proprietario la vende 
0 la noleggia a suo talento, si tratti di auto o di esseri 
umani. E' nell'oblio di ciò che si può prospettare - 
senza per questo passare per dementi - una demo- 
crazia proprietaria che riscatta, “progressivamente”, 
la merce-uomo, e fa proprie, di conseguenza, le paro- 
le di Garavini, che, nell’intervento conclusivo dei con- 
gresso di Rifondazione, asserì (“Liberazione", 21 di- 
cembre 1991) che “il partito ha da essere interprete 
delle esigenze della società, battersi nel contesto delle 
sue contraddizioni, e da quella sponda portare le sue 
iniziative e lotte nelle istituzioni. E questo processo 
non è strumentale per poi esercitare il potere dello 
Stato (da lasciare dunque al padrone capitalista, ndr). 
La società così organizzata (come conviene all'im- 
presa, ndr) ed espressa è essa stessa la condizione 
di un processo socialista (sul modello biblico per cui è 
dal verbo che si origina la carne, anziché il contrario, 
ndr).” 

Non ci si può nascondere, naturalmente, 
che, per quanto fosse difficile la posizione di Blum nel 
'36, era incomparabilmente migliore della nostra dopo 
un quarantennio di sconfitte della sinistra “respon- 
sabile”, una più vergognosa dell'altra, sconfitte sempre 
più devastanti, fino a quella teorica d'aver scambiato 
Il capitolardo Gorbaciov per il profeta d'una svolta de- 
mocratica su scala planetaria, svolta che si configura 
attualmente con queste parole della Rossanda (già 
pizia del verbo gorbacioviano) neH'articolo citato: “Po- 
tevano (gli Stati Uniti, ndr) farlo da tempo (fare quel 
che fanno ora come gangsters a scala planetaria, ndr) 
dal punto di vista tecnico-militare, ma non lo hanno 
fatto prima finché temevano una mossa sovietica...” 


E’ cosi infatti, e se la Francia (e con essa il re- 
sto d'Europa) s’è potuta liberare dall'occupazione na- 
zista, è stato per tanta parte perchè ci fu la “mossa" 
sovietica, la resistenza di Stalingrado e la ricacciata 
oltre Berlino della Wehrmacht, ritenuta -fino a quando 
rUrss non dimostrò il contrario col sacrificio supremo 
di venti milionidicittadinisovietici-altrettanto imbattibile 
di quanto si ritengono ora gli Stati Uniti. Il che niente 
bada vedere col dibattito teologico su benefici e danni 
dell’esistenza e delle vittorie dell’Unione Sovietica: 
quel che è da rilevare è lo spappolamento politico-cu- 
lturale di questa nostra sinistra, che, nulla sapendo di 
storia, ha scambiato per un passo avanti nel sociale la 
miseranda fine dell’Urss gestita da Gorbaciov, senza 
pensare (sull’esempio del branco post-modernista 
deH'eterno presente) che il venir meno dell'impero del 
male, lungi dal liberare nel mondo le forze del bene, 
avrebbe portato alla monopolarità del terrore con 
annessa testa pensante comunista che teorizza, a 
giustificazione delle vigenti guerre umanitarie, 
l'imprescindibilità dell’angelo del male volendo fare II 
bene. 


Tutto, ovviamente, è più difficile, in questa 
monopolarità del terrore con annesso cretinismo delle 
teste pensanti del comuniSmo democratico. Ma, per 
carità, non si parli di “complessità”, di scomposizione 
di classe, e di tanti altri aspetti sociologici che pure 
esistono, ma il cui operare determinante è dovuto alia 
diserzione politico-culturale d’una sinistra, che appare 
ben menodisinistra della Lega, se persinistra s'intende 
maggior capacità di vendita della forza lavoro. 

E’ perchè così l’intende la maggior parte 
dellaforza lavoro, che appare più che probabile il trion- 
fo (grazie anche alla costituenda legge truffa) del Boi, 
il trio Bossi, Occhetto, La Malfa, e può darsi perciò per 
scontato che la nuova guerra- sterminio per la 
finanziaria del 1 994 sarà perduta - se dipenderà sol- 
tanto da questa sinistra comunista-moderata - ancor 
più vergognosamente, e con conseguenze sociali an- 
cor più pesanti, di come si è perso la guerra fra il 1 0 
dicembre 1991 e il 30 dicembre del 1992. 

Pessimismo convalidato dalle parole che ha 
vuto l’onestà di pronunciare il sindacalista Fulvio 
Perini nell’intervista a “Liberazione”del 7 agosto 1 992, 
parole che valgono oggi ancorpiù di ieri."Che l’apparato 
sindacale, ha dichiarato Perini, sia diventato un 'ceto' 
è stato per me evidente dopo la sconfitta alla Fiat nel 
1980, non sulla base di una particolare analisi socio- 
logica, ma semplicemente riflettendo sulla mia e- 
sperienza. lo sono figlio di un operalo Fiat, tutti i miei 


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amici d’infanzia sono Agii di operai Fiat, e oggi operai 
0 ex-operai espulsi dalla Fiat nel 1980, uno di loro è 
stato licenziato per rappresaglia nel 1 983. Il confronto 
fra me, rappresentante, e loro, rappresentati, mette in 
luce differenze non trascurabili e non occasionali: io 
ho un reddito più alto, ho un grado di sicurezza sociale 
che loro non hanno, posso guardare al mio futuro fino 
alla pensione, mentre i tempi dei loro progetti sono 
compressi nella quotidianità. Ma non è solo la con- 
dizione materiale che fa la differenza: è il linguaggio, 
le amicizie, iecomunicazionisociali,ivalorichestanno 
alla base dei propri comportamenti. La sconfitta del 
1980 è anche la separazione dei destini. Altro che 
abbandono teorico della 'centralità operaia’. Qui c’è 
l'abbandono materiale degli operai, concretizzato at- 
traverso il fatto che I funzionari a tempo pieno del 
movimento operaio non sono più disposti a consegnare 
il lorofutu ro personale nelle mani degli operai sconfitti. 
Non solo non si può 'morire per i lavoratori della Lancia 
di Chivasso’, come ha detto un autorevole dirigente 
del Pds a Torino, ma non si ‘muore’ in assoluto per 
nessun lavoratore." 

Una cosa, inbuonasostanza, il ceto sindacale, 
un’altra, del tutto estranea a questo ceto, il mondo dei 
dannati della Terra, che si pensavano esclusivi del 
Sud, e che ora si scopre - stando alle cifre ufficiali 
dell’Ocse - essere conteggiabili in decine di milioni 
anche qui da noi (dell’area Nord), se I disoccupati, 
nella stessa area Òcse, ammontano a 34 milioni. 

Denuncia da non intendersi - per quanto ci 
riguarda personalmente - come Invito a una separa- 
tezza volontaristica immancabilmente esiziale. Sem- 
pre sono da incoraggiare plurilinguismo, comunica- 
zione, incessante superamento - attraverso il dialogo 
-deldiscorso.Piùched’accordodunque, teoricamente, 
con Garavini che, a conclusione di un suo recente ar- 
ticolo (“Manifesto”, 17gennaio 1993), scriveva: “Natu- 
ralmente l’opposizione avrà un futuro alla condizione 
di una scelta e di una iniziativa, che Rifondazione co- 
munista sollecita e attua con spirito unitario e la più 
coraggiosa apertura al confronto e all’azione, ma an- 
che chiedendo che oggi si scelga.” 


il guaio però è che la più che encomiabile 
esortazione al dialogo di Garavini (e di tutti coloro che, 
di fatto, pur continuando a dichiararsi comunisti, riten- 
gono una bubbola d’altri tempi la mercificazione del- 
l’uomo operata dal capitalismo) ha la stessa natura di 
simulacro delle loro "lotte" anticapitalistiche. E infatti - 
stando a questo nostro articolo - come pensare che 
“Manifesto", “Liberazione”, “Avvenimenti”, e qualsiasi 


altro organo della sinistra “dialogante” in vista della 
“ricomposizione unitaria", accetterebbero mai di pub- 
blicarlo a fini di dibattito, e facendo quanto sta in loro 
per rilevarne tutta l’infondatezza logica e politica? 

Purtroppo però è solo l’autore dell’atlicoio 
che può dire, con un’alzata di spalle: facciano quello 
che vogliono. Non dovrebbero poterlo dire i sinistri re- 
sponsabili, se capissero che s’approssima sempre più 
il tempo in cui il dilemma per loro sarà: o l’abiura o la 
cacciata dal palazzo, e ciò, in primo, luogo per iniziativa 
dei loro compagni più contigui, che, in nome dell’ 
imperativo categorico dell’unità dei “responsabili”, 
continuano a chiudere gli occhi sulle persecuzioni cui 
è regolarmente soggetta la sinistra non omologabile, 
come s’è visto non più tardi dello scorso settembre, 
quando è stata ripristinata daH’autorità repressiva la 
“responsabilità morale” perquei compagni che, anche 
se non erano in piazza adelegittimare il ceto sindacale, 
dovevano considerarsi gli ispiratori di tanto delitto. 


Roma, 20 gennaio 1993 



febbrab Ì993 /2 


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7 APRIIE E AZAIEE 



Non è necessario avere troppi anni sulle 
spalle per ricordare il 7 Aprile 1 979, quando la Tv 
sbandierò trionfalmente le immagini della colonna del 
cellulari dei carabinieri che, lampeggiando blu, portava 
al sicuro, dietro le sbarre (nella notte stenebrata delle 
torce delle telecamere) le teste pensanti delterrorismo. 

Dominus dell’iniziativa repressiva - notoria- 
mente - Il plotone di magistrati militanti nel Pei, capofila 
Calogero, scopritore del teorema dei due livelli dell’ 
eversione: quello dellaturbolenza sociale alla luce del 
sole (l’inestinguibile razza degli autonomi) e quello 
della clandestinità armata, che l’anno prima aveva 
messo a segno il rapimento Moro con seguito (ancora 
guidato dal Pei) della “politica della fermezza”, che 
immolò lostesso Aldo Moro sull’altaredellademocrazia. 

Ancora non è stato chiarito, per quanto ne 
sappiamo, il ruolo che, nell’exploit 7 Aprile, ebbe, con 
la leadership Pei, quella del partito-regime, la De, cui 
si deve (come già si sapeva allora) la sequela di stragi 
volte a salvare la democrazia, lo stesso (cosa venuta 
in luce successivamente) di Gladio e di tutto l’arma- 
mentario che ebbero come prima, grande vittima, 
Pietro Menni, costretto, per scongiurare il golpe De 
Lorenzo (pilotato dalla Cia), a depotenziare il 
programma riformistico del Centro-sinistrafino a ridurlo 
a puro simulacro. 

Questa l’origine, perquanto riguarda il delitto 
Moro e il 7 Aprile dell’anno successivo, della “politica 


della fermezza”, che spianò la strada all’olocausto di 
Aldo Moro, creando così le basi per una ripresa del 
terrorismo di Stato, questa volta con concordata 
gestione Dc-Pei. 

Va ricordata però anche un’altra origine, 
quella concernente la razza dannata degli autonomi. 

“A piazza Statuto, si legge nell'OR DA D’ORO 
(autori Nanni Balestrini e Giorgio Moroni, Sugarco 
Edizioni, Milano 1988), inizia la storia del movimento 
diautonomia operaia in Italia.” Datazione naturalmente 
simbolica (quel luglio 1 962 di piazza Statuto) come 
tutte le datazioni intese a periodizzare le fasi della 
storia umana. Ciò detto, si deve convenire che è in 
piazza Statuto che nasce il movimento dell’autonomia, 
nemico capitale per il comuniSmo togllattiano. 

Che ai comunisti si debba per tanta parte la 
sconfitta del mostro nazi-fascista, è cosa verissima, 
che va ribadita tanto più oggi, quando si fa di tutto, ad 
opera della subcultura dominante, per presentare il 
nemico dell’umanità, anziché nel nazi-fascismo, nel 
comunismoterzinternazionaiista. Cosaperò altrettanto 
vera quest’altra: che dietro la favola della guerra di 
liberazione (favola necessaria pergiustificare l’alleanza 
congiunturale Urss-America, dissoltasi, ancor prima 
della conclusione della guerra, con l’ammonimento 
genocida dell’allora presidente americano Truman 
attraverso Hiroshima e Nagasaki) ci sta la “svolta di 
Salerno" (1 944) con tutto ciò che ha comportato nella 


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ricostruzione post-beilica, fatta pagare, a tutto 
vantaggio del capitale, al mondo del lavoro con placet 
In primo luogo comunista, ma anche socialista, cosa 
chespiega.sulterreno della materialitàstorica, Panzieri 
e I "Quaderni Rossi". 

Lungi dall’essere, come recita la canzone 
Rap LA NOSTALGIA E LA MEMORIA, la classe 
lavoratrice deirimmedlatodopoguerra“lagenerazione 
che compatta correva da Papà Cervi a consolarlo e a 
consolarsi", la “generazione la più felice, la più dura, 
la più cara”, fu laclasse-generazione la più disgraziata, 
sia per il costo pagato all’accumulazione democratica 
(la stessa di quella fascista, questa volta all’insegna 
della libertà), sia per la lacerazione di cui fu vittima; da 
una parte il clientelismo proletario rosso, dall'altra i 
dannati di sempre, che il Rap presenta, nella canzone 
citata, come "gli struggenti ragazzetti di Piazza Statuto 
con selciato tra le mani”. 

E’ iltroncone proletario deidannati chetenne 
per tre giorni piazza Statuto, invano esortati alla 
"ragionevolezza" dal dirigente sindacalista Sergio 
Garavini e dal leader comunista spettacolarmente più 
battagliero, Giancarlo Pajetta. 

Da 11, da piazza Statuto, le due contrapposte 
direzioni dell’autonomia e del Pei, la prima (per limitarci 
agli episodi più salienti) verso l'autunno caldo (1969) 
e la cacciata di Lama dall’università di Roma (1977), 
il secondo verso l’unità nazionale, la “politica della 
fermezza", il 7 Aprile. 


E ora ci risiamo: con gli eredi del Pei da un 
lato, e gli autorganizzati dall’altro. 

Si sachi sono questi eredi (restando ai leader 
di maggior richiamo) : Occhetto e Garavini nellaforma 
partito, Trentin e Bertinotti in quella sindacale, 
incomparabilmente più fottuti (perdirlacon linguaggio 
Rap) degli “unitari” degli anni settanta, perchè allora, 
nonostante tutto, sussistevano ancora margini di 
mediazione, del tutto riassorbiti nel processo che va 
dalla batosta Fiat (1980) al saccheggio totale 
perpetrato, fra il dicembre ’91 (abrogazione di fatto 
dellascala mobile) e l’ultimo scorcio del '92 (finanziaria, 
Controriforme varie, beffa del salario d’ingresso e del 
noleggio esteso dalle auto ai lavoratori) da 
Confindustria, governo, sindacato, con benedizione 
dai colli più alti di Roma dello Stato e della Cristianità. 

Chiaro che, senza dichiarata e comprovata 
disponibiltàaunoscontro donde risultino Infine vincitori 


e vinti, Pds, Rifondazione, CgiI non si configurano 
diversamente - dall’alto delle corazzate a prova di 
atomiche del potere - di antiquati velieri in gran 
tempesta, e, perdi più, con nocchieri irrevocabilmente 
"sfiduciati" dalla storia. 

Lo stesso che intimare con una scacciacani 
la resa a mafiosi che sparano a pailettoni l’intimazione 
di Occhetto a una De regime, e un Psi sotto le all pro- 
tettivedelprimo ministro (Giuliano Amato) più benvoluto 
dalla Confindustria dal '45 a oggi, di “tornare a casa”, 
per gestire lui, con Bossi e La Malfa, l’agonia della pri- 
ma Repubblica, cui interrompere i canali di rianimazione 
non appena varata una legge elettorale che garantisca 
al potere una dittatura commissaria da rinnovare con 
elezioni truffa un quinquennio dopo l’altro. 

Se obiettivo supremo - per Occhetto e i suoi 
compari. Bossi e La Malfa - è questo golpe bianco che 
garantisca loro un saldo potere attraverso le urne, non 
si vede perchè Amato e Martinazzoli dovrebbero farsi 
da parte, loro che godono dell’assoluta fiducia di chi, 
resa dipendente la variabile lavoro, non è disposto a 
nessunacondizione atornare a una lotta su duefronti: 
quello tradizionale delle mattanze intercapitalistiche e 
quello della conflittualità sociale accettabile soltanto 
dove l’impongano rapporti di forza socio-politici distrutti 
con la connivenza di Occhetto e di tutta la sinistra 
bene. 

Il giornale Rai del Terzo ha presentato (21/2/ 
93, ore 19) senza soluzione di continuità le sfilate 
carnevalesche di quel giorno e il carnevale del 
giuramento nelle mani di Scalfaro della troupe del 
governo reimpastato. 

Che sarà anche così, senza che per questo perda i 
propri caratteri carnevaleschi l’intimazione di Occhetto 
a De e Psi a mollare il grisbi. 

E Garavini, come può pensarlo, lui antico 
“ragionatore” di piazza Statuto, di imporre al padrone 
elezioni sgradite? Quando mai s’è vista, in democrazia, 
tanta protervia risibilmente demagogica data la più 
che evidente intenzionalità di Rifondazione di non 
bruciarsi, in nessun caso, I ponti alle spalle? Altrettanto 
ridicoli (in ragione della loro Intrinseca, non occultabile 
debolezza) T rentin e Bertinotti, il primo che si candida 
a cogestore, con governo e Confindustria, di un’equa 
gestione autoritaria della crisi, il secondo 
fideisticamente sparato al revival di una conflittualità 
contenibile in un bicchier d’acqua. 

Batte tutti - nella sua parte di “giornale co- 
munista” -il “Manifesto”, che, riferendo (18/2/93) della 


Febbraio J 993 / 2 


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versione Mancino circa ''un'attività sotterranea dei 
centri sociaii autogestiti edell'autonomiaorganizzata”, 
lungidal pensare che sta cosi risbucando, nell’attuaie 
contestualità storica, il teorema Calogero, secondo 
cui (in questa sua nuova versione) chi protesta fuori 
dalle parole d'ordine e dalle bandiere della triplice 
sindacale, opera, alla luce del soie, in funzione dei 
disegni eversivi, terroristici, tramati nei centri sociali e 
là dove si raccolgono in gran segreto gli autonomi - 
lungi dal pensare (il “Manifesto"), e dal rilevarlo, che, 
quando Mancino denuncia preoccupato che la crisi 
sociale mette a rischio l’ordine pubblico, rivela un'ar- 
rière-pensée, un’occulta intenzione mirata a un 7 Apri- 
le anni novanta, si limita a riportare il “sarcastico" com- 
mento di quel noto barricadero che risponde al nome 
di Lucio Magri: “La sola Infiltrazione di sospetti fuoril- 
egge consiste nella presenza nel governo di cui Man- 
cino fa parte e in particolare fra i suoi sottosegretari.” 

Quando II “Manifesto” ha pubblicato questo 
testo, già la polizia aveva caricato aTorino(16febbraio), 
bastonando fra gli altri la dirigente della Fiom Matilde 
Proverà, e il giornale non aveva saputo far di meglio 
che chiedersi se Mancino e Parisi sappiano ciò che 
fanno. 


libertà democratiche, anche In vista di programmate 
manifestazioni di protesta sindacali e politiche. Il 
ministro ha sottolineato inoltre la necessità di favorire 
un clima che assicuri interventi sempre equilibrati, 
finalizzati alla prevenzione e alla comprensione delle 
situazioni di effettivo disagio sociale. Infine ha rivolto 
una raccomandazione affinchè nessun episodio alteri 
il rapporto di collaborazione fra i tutori dell’ordine, il 
mondo del lavoro e i sindacati. 


Come si dice correntemente “chi vivrà vedrà”. 
Al punto però in cui siamo, l’interrogativo più incalzante 
appare quello relativo al tempo che ancora ci separa 
dalla totale omologazione con l’America, l’America 
checonfermaognigiomo.nellanormale routine politico- 
amministrativa, che il lavoro, nel capitalismo maturo, 
non può non essere integrato con due presenze 
apparentemente antitetiche, quella dell’emarginato (il 
cui destino è rappresentato da galera endemica, 
manicomio, morte violenta), e quella del poliziotto 
(con la versatilità psicologica che gli permette nello 
stesso tempo piazza Statuto e le azalee alla Proverà). 

Cosa che le Black Pan- 
thers ieri, e oggi i rappers Public 
Enemy, hanno capito benis- 
simo. Donde - osservano - la 
necessità di "saper parlare alla 
comunità a cui ci si rivolge (“di- 
fesa" dai politici americani così 
come Occhetto scompagni “di- 
fendono”qui da noi I ’'più deboli”, 
ndr), conoscerne e impiegarne 
il linguaggio, insinuarsi nei pro- 
cedimenti che ne governano il 
sistema di relazioni. Nel caso 
dei Public Enemy l’impresa è 
ambiziosa, quanto lofu del resto 
per le Black Panthers, l’orga- 
nizzazione che per prima intuì 
quale fosse la direzione da 
seguire: politicizzare la crimi- 
nalità (d’altra parte non era stato 
MalcolmX un malavitoso prima 
di diventare leader politico?). 
Un piano ardito, d'impronta si- 
tuazionista, che peraltro pare 
non possa avere alternative nel 
quadro dell’attuale condizione 
del popolo afroamericano.” 
(PUBLIC ENEMY, a cura di Al- 
berto Campo, Arcana Editrice, 
Milano 1992, pp.1 1-12.) 


La conferma che il 
ministro dell’interno e il capo 
della polizia (tutto II contrario 
della sinistra che discende, in 
negativo, da piazza Statuto) 
conoscono molto bene il loro 
mestiere, viene dalle due no- 
tizie qui di seguito, ignorate 
dal “Manifesto”, e pubblicate 
invece in neretto da “Repub- 
blica” (20 e 21 febbraio): 

- che Parisi ha fatto 
pervenire alla Proverà, scu- 
sandosi, un mazzo di azalee, 
iniziativa “resa nota dalla 
Fiom”, e da essa commentata 
"positivamente”; 

-che lo stesso Parisi 
s’è Incontrato con Mancino 
perdiscutere “dell’ordine pub- 
blico in relazione alle manife- 
stazioni sindacali". Mancino, 
continua il giornale, riassu- 
mendo la nota diramata dal 
Viminale, ha ribadito le di- 
rettive per la rigorosa tutela 
dell’ordine pubblico e per la 
piena salvaguardia delle 



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Non è - chiaro - prospettiva seducente quella 
di doversi ridurre a politicizzare la fascia sociale 
malavitosaanchesesoloquella, secondo l'imperativo 
dei rappers, inattaccabile da droga e prostituzione, 
innegabiie, comunque, che suiia via per Los Angeles 
sta sempre più sospingendo un capitaiismo che ha 
sussunto io Stato al punto che il governo, status so- 
ciale aparte, non èda più, sostiene Pintor("Manifesto" 
di oggi, 23/2/93), dei portaborse, e a dargii una mano 
(cosa che ovviamente Pintor non dice) non è solo la 
sinistra che si infiora compiaciuta deile azalee elargite 
dai capo deila polizia nel cono d'ombra d'un rinnovato 
7 Aprile. E' anche quella che, presuntamente con- 
sapevole di tanto degrado, volta la testa dall’altra par- 
te per non vedere, il “Manifesto" appunto. 

Basta, per sincerarsi, dare un’occhiata 
all'edizione testé citata. 

Titolo che occupa i due terzi della prima pagina: "Ar- 
restato Mattioli - I magistrati arrivano al cuore del 
capitale - Marchio Fiat". Il tutto poggiante su due edi- 
toriali, il primo di Valentino Parlato che giura di “voler 
parlar chiaro”; il secondo tutto fuoco e fiamme di Pin- 
tor, che conclude; “Se volessero (le opposizioni) po- 
trebbero fare il deserto in Parlamento, incoraggiare 
senza riserve e esitazioni un risveglio nella società, 
imporre le elezionigenefalientro un termine perentorio.” 
Ultime due parole deirarticolo:"Se volessero.” 

Già, se volessero. Ma perchè non vogliono? 
Questo non è scritto, e perchè i lettori non si riscaldino 
eccessivamente con l’energia calorifera sprigionata 
dall'articolo, il “Manifesto" preannuncia, sempre in 
prima pagina, per l’edizione di giovedì prossimo"ll 27 
febbraio. Un articolo di Pietro Ingrao.” Che è, come 
sappiamo, la vergine contaminata del Pei ieri, del 
partito di Occhetto oggi. 

Nessuna frenesia Rap dunque nella 
manifestazione del 27. Niente Rap, ma la perorazione 
(se no, perchè Ingrao?) a restar sereni e disciplinati 
dietro le bandiere sinistro-sindacali, unico atteg- 
giamento efficace contro governanti che, per dirla con 
Pintor, "somigliano piuttosto a biscazzieri”, e in pre- 
senza di governati (ma neanche questo Pintor dice) 
che -quando coltivino sane utopie - vedono in Occhetto 
il Davide capace di abbattere Golia, ignariche Occhetto 
non solo non lo vuole, ma neanche potrà mai volerlo, 
legato com'è II proprio destino sociale a quello di Golia. 

Ebbene, per concludere, non in chiave Rap, 
ma di politica all’antica, quella del tempo in cui i padroni 
dovevano venire a patti con i lavoratori: Amato pos- 


siamo anche raffigurarcelo, secondo le sentenze 
accademicamente liquidatone del “Manifesto”, come 
il capo dei biscazzieri al governo, senza per questo 
sentirci giustificati a sostenere che questo giornale 
lavori efficacemente contro di lui, dal momento che 
non si sognerebbe mai di rilevare una verità di cui è in- 
dispensabile tener conto anche solo per salvare il 
salvabile: e cioè che Amato è il premier più “sottile” del 
quasi mezzo secolo di regime democristiano, il più 
“sottile” e il più politicamente dotato in quanto ha ca- 
pito che non è solo Occhetto che non può volere la 
morte del Golia capitalista, ma l’intera opposizione 
parlamentare, dall’estrema destra all’estremasinistra, 
ilchegliconsente di distruggere, ancorpiù radicalmente 
di quanto fece Mussolini col fascismo, il frutto delle 
lotte secolari del movimento operaio. E a nulla serve 
purtroppo, a rimediare, la memoria nostalgica del Rap 
nostrano, dimentico che mai c’è stato un tempo di 
liberazione, se - con l’eccezione dell’un percento che 
contrassegna in forza della propria ricchezza il destino 
del mondo - siamo tutti venduti (come canta il Rap 
americano) sulla riva del fiume là dove si faceva 
commercio degli schiavi neri. 


Darlo 

Roma 23 febbraio 1993 



fMnh 1993 /2 


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Le due sinistre 
ieri e oggi 



Si sa come finì: che Staiin, col patto Ribben- 
trop-Molotov deH’agosto '39, confermò Hitler nell’in- 
tenzione di regolare dapprima i conti con Francia e 
Gran Bretagna, rimandando a un secondo tempo la 
conquista dell’Unione Sovietica, ch’egli riteneva re- 
alizzabile In qualche settimana. Andò ben diversamen- 
te, come sappiamo, probabilmente anche perché i 
due anni di tempo che Stalin ottenne grazie al patto del 
’39gliconsentirono di resistere, dapprima, alla presunta 
onnipotenza delle forze armate tedesche, infliggendo 
poi loro (febbraio ’43) la débàcle di Stalingrado, che 
segnò la svolta decisivadellasecondaguerra mondiale. 

Vicenda che fece registrare un ritorno (in 
conseguenza dell’accordo Ribbentrop-Molotov) al 
socialfascismo (questa volta a carico dei comunisti), 
e il definitivo trionfo del fronte unito lo stesso giorno 
dell’aggressione tedesca all’Urrs (22 giugno '41 ), 
quando Churchilldichiaròpubblicamenteche “chiunque 
combatte contro il nazionalsocialismo avrà il nostro 
aiuto, chiunque marcia col nazionalsocialismo è nostro 
nemico", dichiarazione seguita venti giorni dopo (12 
luglio 1 941 ) da un formale patto di alleanza fra Londra 
e Mosca, donde è poi venuta l’unità di azione 
socialcominista nella contestualità dei comitati di 
liberazione nazionale. 

2. Binomio (socialfascismo e fronte unito 
dellasinistra) deltutto inattuale -se rigidamente inteso 
- ai nostri giorni, quando i vertici padronali riescono a 
ottenere ben più, con la collaborazione del socialista 
Amato e della triade sindacale, di quanto ottennero. 


1. Bollati di socialfascismo dalla nascita del 
fascismo (1919) fino alla prima parte degli anni trenta 
furono i socialdemocratici, che ben meritarono questo 
attributo ben prima della “marcia su Roma”, se si 
considera che nel ’1 4 avallarono il primo grande mas- 
sacro mondiale con l’approvazione dei crediti di guerra, 
e che poi, nei ’1 9, dopo essere stati piazzati al governo 
dairimperialismotedescosconfitto, si macchiarono di 
barbare repressioni anticomuniste, di cuifurono vittime, 
fra gli altri. Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. 

Se poi i comunisti ruotarono di 180 gradi, 
chiamandoli compagni, non fu per un deltuttofuoriluogo 
ripensamento teorico, bensì in conseguenza della 
vittoria del nazismo (gennaio 1 930), che ben presto si 
rivelò quale maschera ideologica del rinato imperialismo 
tedesco, ben più impellente e temibile di quella che 
avevagiustificatol’impresagenocidadellaprimaguerra 
mondiale. 

E’ dal terrorismo nazi-fascista che discen- 
dono, per un verso, il fronte unito della sinistra, e, per 
l’altro, il tradimento, ancor più della democrazia, del- 
l’umanità, da parte delle “grandi democrazie” occi- 
dentali, come si vide nel ’36-’39 con la guerra civile di 
Spagna, il placet all’annessione dell’Austria ad opera 
delTerzo Reich, Monaco, che volledire smembramento 
della Cecoslovacchia, trasformazione della Boemia in 
protettorato tedesco, in Vito suadente a Hitler a invadere 
e colonizzare l’Unione Sovietica quale contropartita 
alla sua rinuncia a una nuova guerra mondiale per 
cancellare l’umiliazione di Versailles e quanto essa 
comportava in ambito politico, economico e strategico. 


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fra le due guerre mondiali, optando per il compromesso 
col fascismo. Compromesso che dovettero pagar 
caro dapprima con notevoli concessioni politiche (spe- 
cie in Germania) a non ben controllabili gestori del 
potere, e infine con unasconfittacheparaverdecretato 
la loro subordinazione in perpetuità al comando 
capitalista americano. 

Ma come negare che, con i dovuti aggior- 
namenti, quel binomio è ancora il, davanti a noi? Ba- 
sta, per convincersene, riflettere sui concetto di sinistra, 
che nessuno sa più cosa possa significare, visto che 
Amato si ritiene di sinistra, così come D’Antoni, univer- 
salmentepronosticatocomefuturo segretariogenerale 
del sindacato unico cui tendono fataimente le tre 
confederazioni. E come non riconoscere, in questo 
quadro, autorevole partito leaderdella sinistra itaiiana 
il Pds con seguito naturale di Verdi e Rete? Ecosa più 
di sinistra di Rifondazione, che minaccia (recente di- 
scorso di Garavini in parlamento, "Liberazione”, 5/2/ 
93) "di prendere le distanze da un parlamento delegit- 
timato, nel quale si vuole ad ogni costo garantire la 
sopravvivenza dei poteri degen erati, e da questi poteri 
si vuole partorire riforme che chiudono gli spazi della 
democrazia"? 

Conclusione dunque: tutti di sinistra uguale 
più nessunasinistra? Conclusione in realtà inaccettabile 
volendo tener conto dell'attuale corso storico che, se 
anche non mostra più una sinistra concretamente e 
compattamente antagonista al modo di produzione 
capitalistico, lascia chiaramente trapelare un movi- 
mento che si adopera fra mille difficoltà per sbarrare 
il passo alla reazione in atto, altrettanto socialmente 
devastante di quella fascista fra le due guerre, e tutta- 
via tutta parata a democrazia, e sulla quale Occhetto 
non ha obiezioni difondo, limitandosi dif atto all'istanza 
di un rinnovamento morale, che lui ritiene di poter ga- 
rantire, il contrario - pensa - di Amato, compromesso 
(anche se solo indirettamente) con l'universo tangen- 
tizio. 

La realtà è che II socialfascismo ha lasciato 
il posto, in correlazione col divenire storico, al so- 
cialconfindustrialismo, dove si trova arruffianata la 
pressoché totalità della sinistra, che ritiene d’essere 
ben distinta dalla destra solo perché, pur mettendo a 
fondamento di tutto l'accumulazione (essendo giusto 
e nel generale interesse che le nostre imprese siano 
“competitive”), condannaquelladerivantedalla rendita, 
improduttiva, adunque esternaalla presunta razionalità 
capitalistica, che sarebbe a base della ricchezza delle 
nazioni, e, di conseguenza, di un immancabile sviluppo 
generale, tanto più vicino nel tempo, quanto più ci si 
acconcia volonterosamente a sacrifici e compatibilità. 

Che la sostanza delle cose sia questa non 
occorre neanche, persincerarsene, star lì a documen- 


tare lo sfruttamento totalitario (tempo di lavoro e tem- 
po libero) della razionalità capitalistica democratica- 
mente gestita dal padronato attraverso governo e tria- 
de sindacale. Basta solo seguire, giorno dopo giorno, 
l’organo più autorevole e diffuso del socialconfin- 
dustrialismo: il “Manifesto”. 

Naturalmente, trattandosi -nel nostro caso - 
di un articolo, non è pensabile largheggiare in citazioni, 
tanto più che ci vuole ben poco pertoccare con mano 
a che mulino (teorico, politico, sindacale) porti acqua 
questo giornale, 

3. Due testi emblematici della sinistra 
socialconfindustriale che, in quanto tale, ritiene il capi- 
talismo, con tutte le sue strazianti contraddizioni, al- 
trettanto eterno e immutabile delle cause nemiche di 
cui si avvale la natura per delimitarci individualmente 
nel tempo, devono ritenersi quelli pubblicati il 31 
gennaio scorso nella pagina riservata alle lettere ed 
eventuali risposte. 

Firmatario della lettera Francesco Indovina, 
che, con riferimento a un editoriale "di qualche giornno 
fa” di Valentino Parlato, rileva ; " L’ultima rivoluzione 
industriale apre una forbice tra aumento della produt- 
tività e occupazione. In prospettiva il 'lavoro vivo’ im- 
pegnato, come scrivevi, sarà sempre meno. La disoc- 
cupazione strutturale non sarà l’esito di un mancato 
sviluppo, ma piuttosto l’effetto del nuovo sviluppo, per 
combattere la quale le politiche di sostegno saranno 
del tutto inefficaci, che se poi fossero industriali di 
innovazione potrebbero anche acceleare il processo. 
Non sto sostenendo che non si possa e non si debba 
fare nulla, credo che si debbano attivare le une e le 
altre, ma contemporaneamente bisognerebbe inter- 
rogarsi sulle prospettive di medio-lungo periodo. Se la 
tendenza, infatti, fosse quella di un aumento della 
disoccupazione strutturale, la prospettiva non potrebbe 
che essere quella della società dei due terzi (fuori) e 
di un terzo (dentro), o, al contrario, si potrebbe lavora- 
re sull’Ipotesi avanzata da Leontiev, secondo la quale, 
nel futuro, forse, il lavoro potrebbe non essere lo 
strumento adatto per distribuire il prodotto sociale.” 


Conclusione: “Una prospettiva, questa, che 
pone ‘interessanti’ problemi politici (teorici e pratici) fin 
da oggi. Fin da oggi perché il lavoro è anche un"ordi- 
natore’, dà luogo, cioè, ad un ordinamento sociale an- 
tagonistico e capace di progettualità, ma se questa 
strutturazione si sfaldasse, alla società dei due terzi 
non ci sarebbe, forse, alternativa, e l’ipotesi di Leontiev 
assumerebbe la connotazione di un azzardo Intel- 
lettuale." 

Problemi che suscitano angoscia finché la 


fetóre» 1993 /2 


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ecn miìano 


premessa è quella del capitalismo come ultima spiag- 
gia, ché altrimenti sarebbe tutto da ridere, bastando 
cambiare finalità alla produzione (primato dei bisogni 
sociali anziché della valorizzazione) perpassare dalle 
prospettive infernali di Leontiev al paradiso di un 
mondo dove, grazie allo sviluppo deile forze produttive, 
sarebbe sufficiente ridurre l'orario di lavoro in misura 
che consenta occupazione generalizzata. 

Ma Valentino Parlato, altrettanto convinto di 
Romiti cheanteporreibisognisociali alla valorizzazione 
sarebbe la fine del mondo, risponde al “caro France- 
sco”: “Sono totalmente d'accordo con te che per l'oc- 
cupazione le politiche di 'sostegno' servono a ben po- 
co e che ii problema nuovo e decisivo è quello del rap- 
porto tra innovazione tecnologica (forse sarebbe più 
preciso dire informatica) e occupazione. (...) Se - co- 
me molti sostengono - siamo a una crisi della produ- 
zione in serie e a un rapporto negativo tra produzione 
e occupazione (nel senso che all'aumento della prima 
corrisponde una riduzione costante della seconda), 
allora in tutto il mondo capitalistico - e soprattutto in 
Italia, dove non c'è più la valvola dell'emigrazione - c'è 
da riaprire in radice il discorso sull'economia politica e 
sulla politica.” 

Tu ricordi giustamente, continua Parlato, 
l'ipotesi di Leontiev;" Se ad essere ordinati e retribuiti 
dal lavoro sarà una parte sempre più ristretta della 
società, come si trattano gli esclusi? A meno di non 
ucciderli o metterli in campi di concentramento? “ 

Elettrizzato dalla propria spregiudicatezza 
Immaginativa, Parlato si lancia in una premonizione 
horror: "Se ragioniamo, scrive infatti, con le coordinate 
che ci vengono dalla memoria, lo scenario futuro è di 
violenza (da parte degli esclusi) e di repressione au- 
toritaria (da parte di capitalisti, rentiers e lavoratori oc- 
cupati). Insomma la banalizzazione dei moti di Los 
Angeles. Oppure che altro? In questa ipotesi lafamosa 
'società civile' si inselvagirebbe e, soprattutto, per- 
derebbe di peso: come fa a contare e pesare chi è 
escluso da un qualsiasi lavoro e da una qualsiasi 'so- 
ciale' (non politica?) redistribuzione di reddito? In 
questo contesto produttivo il vecchio liberismo sarebbe 
solo e soltanto il ritorno allo stato selvaggio: alla ra- 
gione del lavoro, si sostituirebbe la ragione delie 
bande, e l'idilliaco mercato, da luogo di scambio di 
merci, diverrebbe luogo di scambio di bombe.” 

Parole che devono aver atterrito il loro autore, 
non già per la prospettiva catastrofica che da esse si 
sprigiona, ma per tema che qualcuno possa pensare 
ch'egli dubiti del capitalismo asegnoda lasciartrapelare, 
come sola affidabile, la soluzione marxiana, che passa, 
notoriamente, attraverso una violenza in condizioni di 
arrestare la sempre più barbara e distruttiva violenza 
capitalistica. Ed eccolo a smentire senza tutavia sen- 


tirsela di condannare Marx, lui sedicente comunista. 
Donde il sottile rimando a Platone (parlare a nuora 
perché suocera Intenda): “Come affrontare questa 
prospettiva? Difficile rispondere. Per parte mia non 
credo affatto a un illuminato governo della politica che 
redistribuisca lavori e redditi per una società vivibile. 
Anche la Repubblica di Platone sarebbe un massimo 
di autoritarismo." 

4. Se questa è l'essenza teorica del social- 
confindustrialismo, quella politico-sindacale il “Ma- 
nifesto "consente di coglierla (purché si dlspongadel- 
l'informazione di radio-gavetta) con “l'operazione refe- 
rendum”, l'iniziativa che si diceva volta a cancellare, 
dopo il trauma del 31 luglio, il monopolio della rap- 
presentanza contrattuale della triade, e che ora si 
presentacome figura bifronte; da una parte quello che 
gli autorganizzati hanno correttamente definito il re- 
ferendum-truffa del sedicenti consigli u nitari di fabbrica, 
edall'altra una iniziativa referendariache, insieme con 
questo monopolio (articolo 19), cancelli le tre 
Controriforme Amato (sanità, pensioni, privatizzazioni), 
nonché la legge Andreotti detta dei licenziamenti 
perché limitativa a un solo anno della fruibilità della 
cassa integrazione. 

" Purché si disponga dell'informazione di 
radio-gavetta”, in quanto chi non disponga di altri ele- 
menti informativi all'infuori di quelli pubblicati dal 
“Manifesto” (7/2/93) sotto il titolo Operazione refe- 
rendum, nulla sa del cinque referendum decisi dagli 
autorganizzati, ignorando inoltre che questi ultimi 
hanno riempito l'aula magna del Policlinico di Roma 
(pomeriggio del 5/2/93), mentre! delegati dei sedicenti 
consigli unitari (nella riunione del mattino dello stesso 
giorno 5) non erano più di venticinque, il restante 
pubblico essendo costituito da esponenti del ceto 
politico-sindacale rappresentativo dell'ala "radicale” 
cheintegra, conservativamente, lo schieramentoglorio- 
samente moderato socialconfindustriale. 

Quanto alla riunione dei consigli, questi i 
punti salienti della cronaca dei “Manifesto”: a) “I 
consigli saranno! garanti politici dell'intera operazione 
(referendum -truffa, ndr), mentre accanto si costituirà 
un comitato aperto a tutti: partiti, sindacati o loro 
strutture (Essere sindacato in rappresentanza della 
CgiI, ndr), giornali (socialconfindustriali, ndr), associa- 
zioni 0 singole persone...”; b) “Un sì convinto è venuto 
sia dalla sinistra CgiI di Essere sindacato sia da 
Rifondazione comunista (in realtà da Garavini, Rifon- 
dazione - su questo punto - essendo spaccata in due, 
ndr)”; c) ”T anto Fausto Bertinotti quanto Sergio Gara- 
vini hanno invitato tutti a 'dare un passo indietro' (I?), 
accettando l'ala protettiva (I?) dei consigli, e a lavorare 
‘per garantire il massimo dell'unità (socialconfin- 


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ecn mììano 


dustriale, ndr)’ possibile..." 

Quanto poi all’altra riunione (quella del 
pomeriggio, degli autorganizzati), il "Manifesto" la 
definisce “difficile, schiacciata fra il rischio del mino- 
ritarlsmo assoluto (|?)eunabattaglia referendaria che 
è nata male e rischia di finire peggio". 

Alla fine "si è sancita, scrive ancora il ‘Manifesto’, una 
sorta di rottura", che il giornale ben si guarda dal 
precisare, così come non esplicita il contenuto del 
“lungo attacco" che “Vincenzo Miliucci ha sciorinato 
contro i sindacalisti e i rappresentanti della sinistra 
(socialconfindustriale, ndr). Rifondazione in testa...” 

Niente, inoltre, sui cinque referendum decisi 
dall’assemblea, salvo questoanodino accenno all’inter- 
vento di Pietro Bernocchi, che si è detto convinto della 
necessità di “far esprimere tutti gli italiani anche sulla 
Controriforma sanitaria, sul pubblico impiego, e sulle 
pensioni”. 

5. Eccoli dunque ben presenti, purché si 
disponga anche di radio-gavetta, i due termini dell’ 
attuale binomio costituito da socialconfindustriali e 
autorganizzati succeduto a quello - nei nuovi tempi 
della storia - di socialfascismo e fronte unitario. 

Tempi storici, ripetiamo, ben diversi da quelli 
dell’originario binomio socialfascismo efronte unitario, 
come conferma la stessa decisione deg li autorganizzati 
di chiedere formalmente, per la propria campagna 
referendaria, il sostegno politico di Pds, Rifondazione, 
Rete e Verdi. Non che si facciano illusioni sul tenore 
della risposta, il che nulla toglie al peso di questa loro 
iniziativa, volta a lumeggiare l’abissale differenza fra 
“l’unità a sinistra” fondata sui geroglifici alla Valentino 
Parlato, e l’unità volta concretamente ad arrestare, o 
quanto meno a ostacolare il programma conf industrial- 
governativo-sindacale, che è quello di portare fino in 
fondo (fino alla società di un terzo dentro e due terzi 
fuori) il dissolvimento in atto dello stato sociale 
conquistato in un quarantennio di lotte, andando 
infinea elezioni che garantiscano in partenza, con i 
loro meccanismitruffaldini,la“dittatura commissaria”, 
la dittatura di una maggioranza fittizia, da rinnovare 
ogni cinque annicon “democratico" mandato popolare. 

Una forma di questa dittatura, nell’antica 
Roma, era quella rei gerendae, concessa perguidare 
la guerra: dittatura particolarmente provvidenziale in 
questo momento, quando si tratta di guidare (per 
mano dei nostri onorevoli tangentizi, pilotati dal 
supremo comando confindustriale) non una, ma due 
guerre: la guerra sociale, e quella che, nell’interesse 
generale, dovranno combattere le nostre imprese sul 
mercato mondiale, le guerre interimperialistiche. E le 
guerre, si sa, necessitano in primo luogo, come hanno 
da tempo denunciato i francesi, dell’argent, il denaro 
tolto a quanti più poveri cristi è possibile per devolverlo. 


appunto, alfinanziamentodiquestedueguerre. Guerre 
che rischiano di travolgere non solo il povero Occhetto 
(questo nostrano Tartarin di Tarascona, che spaccia 
per leoni le lepri che gli capita di ammazzare in quel di 
Capalbio), ma anche i due impavidi Dioscuri del 
Carroccio, Bossi e Miglio, solo che la Fiat attui il suo 
programma di dislocazioni dei propri impianti produttivi 
(alla ricerca del minor salarlo e della più micidiale 
organizzazione del lavoro), sicché potrebbe anche 
darsi che, un giorno non lontano, la stessa Lombardia 
(attualmente City italica) guardi con invidia - 
nell’assoluta impotenza dei propri eroi leghisti - a 
Melfi, perchè almeno lì si potrà morire di sfruttamento, 
morte che generalmente richiede tempi più lunghi di 
quella derivante da disoccupazione cronica di massa. 


P.S. - Ritenendo che l’abbozzo discorsivo di 
questo articolo potrebbe risultare di giovamento teorico 
- se congruamente articolato in esauriente discorso 
critico - per chiarire la posta in gioco connessa ai cin- 
que referendum e la genuina ragione di parte proletaria 
che li ispira, l’autore sollecita la collaborazione dei let- 
tori per l’avvio di un dibattito rigorosamente critico per 
il quale intende chiedere ospitalità all’Ecn (European 
counter network), "Incompatibili", “Lavoratore altro", 
"Gramigna", “Anno zero”, in una parola a tutta la pub- 
blicistica di movimento convinta della necessità di 
chiarire su quale reale fondamento teorico-pratico si 
possa, si debba lavorare per una ricomposizione della 
sinistra, che nulla, ovviamente, ha da spartire con le 
fumisterie del socialconfindustralismo. Referenti per 
indirizzaregliauspicati interventi (che non guasteranno, 
naturalmente, se efficacemente confutatori di eventuali 
debolezze critiche di questo articolo): via Poggio 
Verde 40, 00148 Roma, fax e modem 06-6557212. 

Roma, 8 febbraio 1 993. 


P.S. 9 febbraio 1 993. 

L’entità della catastrofe, delle cui respon- 
sabilità si fanno complici consigli di fabbrica e “Ma- 
nifesto", si può cogliere nel “Manifesto” di oggi, 9 feb- 
braio. Ilgiornale, continuando a ignorare l’iniziativa dei 
cinque referendum degli autorganizzati (che cancelle- 
rebbero, se vittoriosi, il golpe Amato contrassegnato 
da 31 luglio e successive Controriforme con annessi 
salario d’ingresso e lavoratori a noleggio), presenta la 
manifestazione indetta dai consigli per il 27 febbraio 
prossimo come il toccasana nonostante il suo 


fetóre» mi/ 2 


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ecn mìlano 


riduzionismo referendario voito a mantenere, di fatto, 
ii monopolio della triade sindacale. La sinistra tout 
court (che sarebbe costituita da Pds, Rifondazione, 
Rete e Verdi) ha subito aderito, scrive il giornale, alla 
manifestazione, restando intransigentemente taciturno 
circa l'annunciata partecipazione ad essa, con ben 
altri contenuti programmatici, degli autorganizzati. 
Niet invece da parte della leadership della triade, con 
l’eccezione, naturalmentedi Bertinotti, e l’allineamento 
, al contrario, di T rentin ai capoccia di CisI e Uil. Di qui 
il lamento del rappresentante dei consigli intervistato 
dal “Manifesto", che rileva come la CgiI, pur avendo 
espresso "critiche pesantissime” sui decreti relativi 
alle differenziazioni salariali e alla precarizzazione 
generalizzata, “non abbia fatto niente”. 

Ciò nel testo (Le strade che portano a Roma) 
che apre la settima pagina, sotto il quale si rannicchia 
quest’altro titolo Mirafiori stile Toyota, è scontro tra i 
sindacati. 

Pardi leggere, nel testo sotto questo secondo 
titolo (senza che l’autore neanche lo sospetti), l’ante- 
fatto di piazza Statuto, quando (luglio 1 962) i lavoratori 
- messi di fronte al contratto- bidone firmato con la di- 
rezione Fiat da Uil e sindacato giallo Sida - si batterono 
per tre giorni (invano richiamati alla "ragionevolezza" 
da due prestigiosi dirigenti del Pei, Pajetta e Garavini) 
con una polizia bestialmente scatenata. 

Anche ora, conniventi con la Fiat sono Uil e 
Sida, con aggiunta CisI, che, messa in angolo la CgiI, 
“hanno distribuito un questionario in tremila copie alle 
carrozzerieMirafiori”condomandacentralecoslformu- 
lata;" Ritieni utile che il sindacato sostenga l’uscita dei 
nuovi modelli contrattando la flessibilità degli orari e 
dell’indirizzo degli impianti in cambio di maggiori garan- 
zie per l’occupazione e il mantenimento dei volumi 
produttivi?” 

Quesitochelostesso "Man ifesto’’dice essere 
cosi sintetizzabile: "Preferisci lavorare di notte o essere 
licenziato?" 

Dilemma, in realtà, da leggersi - nell’attuale 
momento politico-sindacale - in questi termini: “Se 
mostrerai il tuo antipatriottismo aziendale, rifiutando il 
processo in atto, altro non potrai aspettarti che l’esclu- 
sione dalla produzione Fiat nel quadro della ristrut- 
turazione in corso mirata (esplicitamente consensuali 
i sindacati) a rendere competitiva, internazionalmente, 
l’industria italiana.” 

Dilemma che ribadisce la necessità, l’inten- 
zione essendo quella di scongiurare il ritorno ai primi 
anni sessanta (quando la Fiat, nel clima della rico- 
struzione nazionale, favorita tote corde anche da Psi 
e Pei, era riuscita ad elevare il saggio del plusvalore 
del 400 per cento), di una stagione di lotta nel segno 


delle grandimanifestazionidelloscorsoautunnocontro 
“governo, padroni, sindacati”, lotta possibile soltanto 
isolando la "cupola” del socialconfindustrialismo - 
“cupola” nella quale primeggia a buon diritto, per i 
valori letterari e politici di cui è portatore, Pietro Ingrao, 
che, sul modello della CgiI, che strilla (quando va 
bene) senza far niente, denuncia “con rabbia”, sul 
“Manifesto” di oggi, che adesso la Fiat, dopo la con- 
cessione (lavoro notturno delle donne) “strappata nel 
luogo (Melfi) della maggior debolezza, dove più forte 
era lasetedilavoroedisalarlo”, utilizzatale concessione 
“perpremere sul punto più alto nelle capitali industriali 
del Nord”. 

Ma chi, fuori della “cupola”, non ha previsto 
che il processo marciava in questa direzione, con la 
tragicommedia di Ingrao e compagni disperatamente 
prostrati al muro del pianto? 

Dario Paccino 


Avvertenza (12 febbraio 1993) 

Questi quattro articoli (Dario 1, 2,3,4) sono 
stati rimessi in rete sia pervenire Incontro alla richiesta 
di diversi compagni, sia perché si tratta di una serie 
rientrante nell’iniziativa così preannunciata dal 
Quaderno “Los Angeles” del dicembre scorso: ”E’ In 
preparazione, a cura dell’Ecn, il nuovo libro di Dario 
Paccino (dal titolo provvisorio La lotta di classe nel 
diario di un desaparecido), di cui è in lavorazione 
anche un’edizione speciale a carattere multimediale.” 
Obiettivo dell’iniziativa: quello del recupero di una 
facoltà intrinseca al bagaglio politico-culturale della 
sinistra che aveva fatta propria la lezione marxiana: 
una corretta lettura del presente grazie a una corretta 
lettura del passato, e, viceversa, una corretta lettura 
del passato grazie a una corretta lettura del presente. 
Recupero da offrire in forme multimediali con l’intento 
di metterlo alla portata anche di chi, per un infinità di 
ragioni personali (non solo soggettive), deve anteporre 
i tempi (contemporanei) del Rap a quelli (storici) di 
Marx. Ma appunto perché dovrebbe trattarsi (se il 
tentativo riuscirà) di comunicazione di vasto raggio, 
appare indispensabilegiàinquestafase di elaborazione 
il contributo critico dei compagni. Di qui la proposta di 
lettura (o di rilettura) dei quattro articoli (seguiti da un 
quinto, nei prossimi giorni, dal titolo Quando si sta 
perdendo tutto - e la sinistra è fuorilinea) con cordiale 
sollecitazione a intervenire discorsivamente in rete. 


Dario. 


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ecn mìlano 


Roma, 1 5 02 93 


Entro pochi mesi - sempre ammesso che questo par- 
lamento sopravviva - dovrebbe Iniziare la discussio- 
ne sulla proposta di legge sull'indulto per I reati di 
‘terrorismo” presentata da esponenti di uno schie- 
ramento che va dal PDS alla DC, dal PSI alla Rete, ai 
Verdi ed a Rifondazione Comunista. I contenuti della 
proposta di legge possono essere così sintetizzati: 
tutte le pene detentive vengono ridotte della metà egli 
ergastoli vengono trasformati in una pena detentiva 
della durata di 21 anni. Dall'Indulto è escluso il reato 
di strage, qualora ne siano derivate vittime. 



Come molti altri compagni (anche dentro le carceri), 
ci stiamo interrogando sul significato di quello che sta 
avvenendo, ponendoci cento domande, nel tentativo 
ditrovare una risposta che non può essere quella della 
battaglia che sarà condotta in Parlamento. 

Da un punto di vista pratico, va detto che questa pro- 
posta di legge non prende minimamente in conside- 
razione il problema degli esiliati, e meno che mai quel- 
lo dì un atto, quale l'amnistia, che affronti la questione 
di migliaia di compagni inquisiti e condannati per reati 
associativi e d'opinione, per non parlare di altre que- 
stioni “minori". Inoltre, questa legge finirebbe per la- 
sciare, ancora per molti anni, il destino di decine di 
compagni nelie e alla mercè della Magistratura, che 
sarà chiamata a giudicare caso per caso suiia con- 
cessione 0 meno dei benefici deiia “legge Gozzini” , ed 
è facile immaginare le distorsioni e le differenziazioni 
che ne verranno. 


Febbrah tm/2 


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ecn milcmo 


Da un punto di vista politico, poi, è evidente che 
l’indulto non costituisce altroché unaparziale etardiva 
correzione delle abnormità provocate dalla legislazione 
dell’emergenza, che portava, per esempio, anche all’ 
effettivo raddoppio della pena se il reato veniva com- 
messo "con finalità terroristiche’’. Non entriamo nem- 
meno nel merito della disinvoltura con cui i tribunali 
hanno dispensato ergastoli a pioggia basandosi sulla 
sola parola dei "pentiti", o delle sistematiche violazioni 
dello stesso diritto borghese consumate nelle aule dei 
maxi-processi, perchè è storia che conosciamo bene, 
come conosciamo bene i "regali" ricevuti dai "pentiti” 
e "dissociati" in cambio della delazione e/o della loro 
abiura. 

L’articolazione di questa proposta non stupisce, visto 
il non mutato sentire emergenzialista. Ma detto questo 
sarebbe Inutile nascondersi che in questi anni non c’è 
stata la capacità di elaborare una concreta proposta 
politica, tale da consentire che, sui fascicoli di oltre 80 
compagni venisse scritta una data al posto di "FINE 
PENA: MAI”. 


Allora laquestione di fondo è di unasemplicità brutale: 



quale voce in capitolo possono avere in questa vicenda 
i soggetti antagonisti, quelli che non vogliono e non 
possono abdicare alla materiale utopia di una società 
diversa, quelli che quotidianamente forzano l’orizzonte 
del Capitalismo come migliore dei mondi possibili? 
Siamo consapevoli che questa Italia Incarognita e 
forcaiola ha ormai interiorizzato in profondità che "più 
galere” sia la soluzione per ogni problema... eppure, 
le migliaia di compagni che hanno affollato le iniziative 
sotto le muradi San Vittore, di Sollicciano, di Rebibbia, 
che hanno cantato e gridato contro il carcere a 
Bologna, a Padova, a Brescia, i compagni che da 
Catania a T orino, da Napoli a Genova si sono attivati 
nella solidarietà con tutti i detenuti, sono la 
testimonianza viva e vitale che altri fermenti percorrono 
il Paese, che la dialettica sociale e politica non si riduce 
alduopolio conflittuale magistratura/sistema dei partiti. 
Allora, forse, una voce in capitolo ce l’abbiamo. E 
questa nostra voce potrebbe essere persino più forte 
di quanto possiamo immaginare; potrebbe arrivare fin 
dentro l’ultima celia e comunicare ancora ai compagni 
che non sono condannati ad essere l’inerte oggetto di 
un gioco giocato altrove, ma un soggetto attivo di un 
percorso di cui, ancora, ci piace immaginare non la 
fine, ma il fine, forte e chiaro: LIBERARE TUTTI. 


Questo intervento è pieno di frasi di frasi dubitative e 
di verbi al condizionale: la possibilità di trasformarlo in 
proposta di dibattito e di lotta è indissolubilmente 
legata alla disponibilità dei compagni ad appro- 
priarsene, a partecipare, a non delegare. La posta in 
gioco non è solo la liberazione di alcune centinaia di 
prigionieri politici, e nemmeno soltanto II recupero 
critico di un pezzo della nostra storia di cui siamo 
espropriati da anni: la posta in gioco è anche l’apertura 
di un fronte di conflitto contro il carcere e le istituzioni 
totali, i muri e le sbarre che imprigionano corpi devianti 
0 troppo deboli. 

Una battaglia per l’abolizione dell’ergastolo e delle 
lunghe pene, per esempio, per la chiusura delle car- 
ceri minorili, per esempio... ma di esempi potremmo 
farnetanti: farli diventare obiettivi di lotta è il motivo per 
cui sollecitiamo tutti i compagni al confronto. 


COMMISSIONE FUORI DAL CARCERE 
RADIO ONDA ROSSA 


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ecn milano 


APPEILO PER L'AMNISTIA 

Al DETENUTI 
E AGLI ESULI POLITICI 


Gli esiti materiali del variegato conflitto sociaie che, a 
partire dal 68, ha occupato la scena italiana fin dentro 
gli anni 80, sono stati molteplici e possono essere letti 
e fatti risaltare da punti di vista differenti. Qui ci 
interessa rilevarne lo strascico penale e penitenziario 
presente atutt’oggi. 

- Oltre 6.000 incriminati per associazione sovversiva 
e banda armata tra gli anni 1 970 e 1 985. 

- Circa 5.000 i detenuti per reati a cui sono state 
applicate le aggravanti “per fatti di terrorismo ed 
eversione dell'ordine costituzionale” con pene da 
scontare medio alte. 

- Circa 120 gli ergastoli comminati 

- Oltre 300 gli esuli, nella quasi totalità accettati le- 
galmente 

- Ancora oggi sono circa 280 le persone che stanno 
scontando lunghe pene detentive o l'ergastolo. 

Si tratta di un dato innegabilmente atroce per chi lo 
vive direttamente o per legami di prossimità, e che al 
tempo stesso assume aspetti “surreali” se rapportato 
alle spettacolari mutazioni in atto nel nostro paese, 
dove il regime istituzionale è investito da una crisi che 
ne scuote l'assetto costituzionale e la “forma di 
governo". 

Tralasciando qui, ora, analisi storico-sociali di quel 
conflitto, appare riduttiva e abusiva la lettura in chiave 
esclusivamente penale e punitiva non solo deH'ampio 
movimento di contestazione di quegli anni, ma anche 
delle componenti più radicalmente sovversive che lo 



attraversavano, cioè quei gruppi che di fronte allo 
scollamento fra Paese legale e Paese reale, tra 
legalitàe legittimità, ne avevanotratto la conseguenza 
estrema della “critica delle armi”, in una simbiosi di 
"guerriglia urbana” e forme di “azione partigiana”. 
L'adozione di leggi e procedure di emergenza, come 
le aggravanti “per motivi di terrorismo e di eversione 
dell'ordine costituzionale" hannosancito la lesione di 
principi quali l'eguaglianza del cittadino di fronte alla 
legge e la certezza del diritto. 

Nei processi si è adottata l'incongruenzadi un doppio 
criterio: quello della responsabilità “personale”, 
caratteristico del tempo di pace, per i supposti esecutori, 
e in maniera contradditoria anche quello della 
responsabilità “oggettiva" (cioè del tipo d'autore), 
caratteristico della logica di guerra, per i pretesi 
mandanti e ispiratori, senza però in questo caso 
accettare di liberare chi avrebbe, nella guerra, eseguito 
gli ordini. 

T utto quello che negli anni del consociativismo e della 
solidarietà nazionale veniva utilizzato e sperimentato 
nella guerra di 'lutti contro uno” sul chi era etichettato 
come 'terrorista", oggi viene riutilizzato nella guerra di 
'tutti contro tutti" interna aH'arcipelago dei poteri 
costituiti. 

Si riscopre allora la tardiva necessità del ritorno a 
regole certe: 

1 - Riscontri oggettivi d'altra natura per dare valore di 
prova alle accuse testimoniali, togliendo dunque valore 
assoluto alla figura del pentito. 


Febbraio 1993 /2 


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ecn mìlano 


2 - Il carattere antigiuridico della responsabilità 
oggettiva, deila penalizzazione del fatto di "sapere", o 
sulla base di deduzioni del genere "non poteva non 
sapere”. 

Ma l’Invocazione di questi principi del diritto è distorta, 
perchè la rivendicazione è oggi fatta ad uso e consumo 
degli “amici”, e negata ieri e oggi ai "nemici”. 

Simili strumentalizzazioni giuridiche finiscono per 
devastare anche retroattivamente ogni residua le- 
gittimazione dei nostri “governanti”. Davanti a un tale 
scenario, viene da pensare provocatoriamente che 
l'unica soluzione paradossale sia la riapertura e la 
revisionedituttii processi di terrorismo. Ora, nellatra- 
dizione delle società e degli Stati, il modo classico di 
fuoriuscita da simili fenomeni e fasi è rappresentalo da 
misure di "rinuncia alla pena". Tutto ciò rende oggi 
legittima una misura di tipo amnistiale per chiunque 
sia stato condannato a causa di quel conflitto sociale. 
Perchè poi i pentiti hanno sempre ragione, e allora è 



vero che il “marcio" ha vegetato nel cuore stesso dello 
Stato e del sistema partitocratico che decenni ha retto 
la Prima Repubblica, delegittimandone la rappresen- 
tatività e le loro decisioni. Oppure i pentiti non sono 
credibili e quindi è vero che il pentitismo permette di 
ricattare, dìsinformare, destabilizzare confermando 
così l’inciviltà giuridica, e in ultima analisi la nullità del 
sistema di norme ancorato a questa logica. 

Migliaia di individui sono stati schiacciati da uno Stato 
in cerca di legittimazione. Una legittimazione che oggi 
mostra il fiato corto per il tiro Incrociato tra le sue 
“fazioni”, e per il tentativo di mettere mano a correttivi, 
ancora nella regola dell'eccezionaiità, che non fanno 
altro che alimentare la destrutturazione del sistemna 
giuridico e delle regole. 

Ed è assurdo che in questa “guerra di tutti contro tutti”, 
l’unica ricomposizione possibile delle corporazioni 
istituzionali sia ancora riproposta sulla pelle dei con- 
dannati perquel sommovimento e di quelle "stagioni’’, 
presi come capro espiatorio, per renderne senza fine 
la segregazione e l’esclusione. 

Per uscire non resta che una via: tagliare il nodo ine- 
stricabile con la soluzione "classica” che in diritto si 
definisce come “rinuncia alla pena". Vale a dire una 
misura legislativa di soluzione indifferenziata, indi- 
scriminata, incondizionata (cioè opposta a ogni logica 
emergenzialista di trattamenti differenziati, premiali o 
punitivi). 

E’ dunque per e con queste ragioni che ci facciamo 
portatori della proposta di un diegno di legge di 
iniziativa popolare di amnistia per i reati, diretti o con- 
nessi che siano, contro la personalità interna dello 
Stato, compiuti a fine di terrorismo ed eversione dell’ 
ordine costituzionale. 

COMITATO “50000 FIRME PER L’AMNISTIA” 



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Alfa Romeo di Arese: 
dal pubblico al privato, storie di rapine 
padronali e resistenza operaia. 

Intervista ad un compagno 
dei Cobas Alfa Romeo di Arese 


D - Quando Craxi era presidente del Consiglio c’è 
stato il regalo dell’Alfa Romeo alla Fiat. Quali sono 
state le conseguenze sia dal punto di vista 
dell’organizzazione del lavoro che della difesa dei 
diritti dei lavoratori? 

R - Innanzi tutto bisogna ricordare che, tra la fine 
dell’86 e il 1 987 c'è stata una trattativa sindacale che 
aveva lo scopo di garantire ad una situazione par- 
ticolarmente delicata sul piano delle prospettive, come 
era ritenuta quella del gruppo Alfa, un effettivo futuro 
e CG I L-C iSL-U IL colsero l 'occasione del rapporto con 
la Fiat come possibilità di grande prospettiva. A que- 
sto, veniva detto, bisognava sacrificare una serie di 
conquiste effettive sia dal punto di vista dell'or- 
ganizzazione del lavoro, infatti si lavorava ormai da 5- 
6 anni con i gruppi di produzione, e quindi con il lavoro 
a squadre collettivo, sia dal punto di vista dell'erario 
del lavoro, infatti noi avevamo delle pause all'Interno 
delle catene, delle pause mensa più avanzate in 
generale di quelle del contratto metalmeccanici del 
gruppo Fiat, sia dal punto di vista salariale perchè c' 
era garantita l'occupazione. 

Queste erano le cose che sul piano della trattativa 
sindacale venivano avanti insieme alla svendita del 
gruppo Alfa Romeo alla Fiat. 

Nel maggio del 1987 su questi contenuti veniva fatto 
un referendum aH'internodi tutto il gruppo Alfa Romeo, 
in modo principale negli stabilimenti di Arese e di 
Pomigliano. Ci furono dei brogli molto netti perchè sia 
all'Alfa di Arese che all'Alfa di Pomigliano risultarono 


vincenti i NO all'accordo, ma complessivamente con 
l'insieme del gruppo Fiat, la parte cioè del gruppo Fiat 
risultarono per 72 voti vincenti i SI all'accordo. 

T utto questo, per noi Cobas, costituì un avanzamento 
nell'organizzazione dei lavoratori contro la svendita e 
per la difesa dei diritti, però sul piano formale fu pra- 
ticamente deciso che insieme al regalo dell'Alfa alla 
Fiat c’era anche il peggioramento delle condizioni 
lavorative. La reazione del grosso dei lavoratori non fu 
immediata perchè era comunque garantito il posto di 
lavoro. Ci fu conflittualità e passò almeno un anno 
prima che la Fiat potesse applicare fino in fondo le 
condizioni che erano state sancite dall’accordo sin- 
dacale, in particolare sulla questione delle pause 
aH’interno delle catene le lotte durarono per parecchio 
tempo, poi si sancì nei fatti un accomodamento e la 
normalizzazione da quel punto di vista lì avvenne. Ma 
quello che avvenne successivamente fu di fatto una 
riduzione seccadei posti di lavoro dei 28.000 lavoratori 
del gruppo Alfa Lancia Si è avuta la chiusura dell’Alfa 
Lancia di Chivasso, dell'Auto Bianchi di Desio, che era 
stata riassorbita e incorporata in questo nuovo gruppo, 
il ridimensionamento drastico anche delle altre 
fabbriche. In sostanza nei giro di 3 anni veniva can- 
cellato lo stesso gruppo Alfa Lancia che era stato 
creato neH’ambito dell’accordo del 1987, tutto veniva 
definito nel gruppo Fiat Auto con una forte riduzione di 
personale, per cui, 28.000 dipendenti che dovevano 
essere assicurati, addirittura incrementati, che passano 
a 1 8.000 grosso modo negli stessi stabilimenti ex Alfa 
Romeo; la perdita quindi di una decina di Macerati per 


Febbraio 1993/ 2 


41 



ecn mìlano 


rendersi conto delle proporzioni delie riduzioni. Il sin- 
dacato ha fatto passare una serie di impegni scritti 
sulla carta in cambio dei sacrifici dei lavoratori. Impegni 
che oggi si rifiuta di sostenere come condizione per la 
continuazione dì un rapporto di relazioni industriali/ 
sindacali con la Fiat, non c’è più neppure la difesa di 
quell'accordo neanche su quella parte che riguarda il 
futuro degli stabilimenti e questo è un pò il quadro sul 
piano delle condizioni di lavoro e del futuro occu- 
pazionale. 

Su un altro piano è evidente che c’è la questione po- 
litica principale cioè: quelle fabbriche del gruppo Alfa 
Romeo che venivano in sostanza regalate alla Fiat nel 
momento in cui c’era alla presidenza del consiglio 
Craxi. Anche se non è emersa nel momento degli 
scandali di tangentopoli. In quella fase si favorì da 
parte dello stato italiano il gruppo Fiat di fronte alla 
concorrenza internazionale. C’erano dei progetti di 
acquisto dell’Alfa Romeo da parte della Ford che sicu- 
ramente erano ritenuti, non da noi ma da agenzie qua- 
lificate, più interessanti e più vantaggiosi per TIRI che 
furono scartati di fronte alla disponibilità della Fiat di 
acquisire l’Alfa. Sta di fatto che per 6 anni non è stata 
più versata una lira e quindi è stata regalata la fab- 
brica, sono stati smantellati dei reparti i cui impianti 
sono stati trasferiti in altre situazioni del gruppo In 
particolare in Polonia, per lo stampaggio delle lamiere 
su cui viene prodotta la 500, e anche in altre parti del 
gruppo ma non è stato fatto nessun investimento, non 
è stata spesa una lira nè per l’acquisto nè per lo 
sviluppo come era stato garantito. Noi crediamo che 
intorno a questa cosa, che evidentemente è una 
grande concessione, un grande favore fatto al capitale 
privato, la Fiat abbia versato delle tangenti ai politici 
che allora gestirono questo tipo di accordo. Non è 
spiegabile, su un piano puramente economico, che 
venga affidato alla Fiat il gruppo Alfa Romeo quando 
c’erano delle offerte sicuramente più vantaggiose da 
parte di gruppi esteri che avevano tutto l’interesse ad 
accettare l’acquisiszione anche ad un prezzo superiore 
perchè potevano mettere piede in Italia e quindi 
conquistarsi una fetta di mercato. 

Noi su questo abbiamo bisogno oggi di fare una gran- 
de campagnadi informazione perchè occorre farchia- 
rezzasu cosa è successo allora, perchè in quella fase 
per garantire questo tipo di svendita dell’Alfa alla Fiat 
e pergarantire la normalizzazione dei rapporti sindacali, 
nell’Interesse ovviamente del padronato, ci fu bisogno 
anche di fare piazza pulita della resistenza più com- 
battiva che si era consolidata nel corso degli anni, in 
cui l’avanguardiadi fabbrica aveva resistito contro tutti 
i processi di ristrutturazione del gruppo Alfa Romeo e 
che ovviamente si era manifestata con un certo im- 
patto di massa al momento dell’acquisizione della 


Fiat. Fu proprio allora, quando cioè al referendum si 
ottenne quel risultato straordinario di opposizione di 
massa, che nel giro di un mese, 40 giorni, ci furono i 
licenziamenti politici. Una vicenda checontinuatuttora 
perchè dal luglio del 1 987 contro il gruppo dei compagni 
che ha retto prima la battaglia dei cassaintegrati, la 
battaglia contro la ristrutturazione all’Alfa Romeo poi 
che ha costituito i Cobas la repressione della Fiat si 
accanisce costantemente. Ci sono stati un primo 
gruppo di licenziati poi reintegrati e oggi un altro grup- 
po di nuovi licenziati, di 6 licenziati che costantemente 
vengono buttati fuori dalla fabbrica e si riesce poi, sia 
con la mobilitazione dei lavoratori sia con l’iniziativa 
legale, a riportare in fabbrica. Noi crediamo che sia per 
risolvere questa vicenda dei compagni licenziati sia 
per mettere sul banco degli imputati la Fiat e i politici 
che garantirono questo tipo di operazione bisogna 
fare una grossa campagna di denuncia e affondare 
effettivamente il coltello nella piaga su questa vicenda 
difavoreggiamento dei capitalisti privati con l’uso della 
proprietà pubblica. 


D - SI parla sempre più di un prossimo smantellamento 
di Arese, come è vissuta questa notizia all’Interno 
della fabbrica e come voi vi state organizzando per 
opporvi a tale manovra ? 

R - Questa notizia è sostanzialmente ormai certa e fu 
certa per noi già dall’accordo del 1990. A dicembre, 
unasettimana prima dellafirma dell’accordo nazionale 
dei metalmeccanici ci fu un incontro tra i sindacati na- 
zionali e la Fiat che pose la condizione per la firma 
dell’accordo dei metalmeccanici. Un accordo dei sin- 
dacati ai nuovi insediamenti di Melfi e di Pratola Serra 
nel sud, che comportavano all’Interno del gruppo la 
rinuncia deH’applicazione del contratto da parte del 
gruppo Fiat, una serie di deroghe alle leggi esistenti, 
in particolare per il turno notturno delle donne, turni di 
lavoro di 6 gg di 8 ore per 3 turni, il lavoro dal lunedì 
al sabato compreso su tre turni (anche di notte) per 
tutti i lavoratori, e una serie di altre restrizioni. Questo 
doveva essere insieme ai contratto nazionale l’avvio 
di nuove relazioni sindacali e di una nuova normativa. 
Per la Fiat c’era da una parte l’interesse per le condi- 
zioni di lavoro più favorevoli al padronatoche venivano 
a determinarsi con consenso sindacale, dall’altra un 
interesse economico particolarmente consistente 
perchètuttiquestinuoviinvestimentivengonofatticon 
denaro pubblico; formalmente 3.1 00 miliardi da parte 
dello stato per la costruzione dello stabilimento di 
Melfi, di fatto molto di più perchè ci sono tutta u na serie 
dei agevolazioni fiscali che per gli insediamenti nel 
mezzogiorno sono assolutamente garantiti. L’impatto 


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dei nuovi stabilimenti del sud è particolarmente ri- 
levante, ad esempio Melfi, uno stabilimento delle di- 
mensioni della Fiat Mirafiori quindi con la capacità 
produttiva di 45000 vetture l’anno. Dal 1990 per noi 
era chiaro che con questa scelta la Fiat andava a so- 
stituire con questi nuovi insediamenti le produzioni del 
nord, il sindacato invece disse insieme alla Fiat che si 
trattava di stabilimenti con produzione aggiuntiva, la 
cosa si è smascherata in termini definitivi a partire dei 
primi di dicembre 1992, un mese fa, con l'inchiesta da 
parte del commissario della CEE sulla agevolazione 
eccessiva che aveva avuto la Fiat da parte dello stato 
che potevacomportare concorrenzasleale neiconfronti 
degli altri produttori della CEE, quando la Fiat affermò 
che inuovi stabilimenti del sud non potevano costituire 
produzione aggiuntiva perchè parallelamente venivano 
chiusi gli stabilimenti del Nord. Allora facendo un rapi- 
do calcolo la capacità produttiva degli stabilimenti già 
chiusi, ossia quello della Autobianchi di Desio, quello 
della Lancia di Chivasso non comportano la parifi- 
cazione con la produzione degli stabilimenti di Melfi e 
di Pratola Serra, ci sono sostanzialmente circa 200.000 
auto in più che vengono prodotte che devono essere 
compensate dallachiusuradi altri stabilimenti equic’è 
solamente l'imbarazzo della scelta: c’è l'Alfa di Arese 
che ha una produzione annua di circa 180-200.000 
vetture, c’è Rivaita e c’è un pezzo di Mirafiori. Lo stabi- 
limento su cui sono state definite tutta una serie di ini- 
ziative perii suo ridimensionamento, siacon lachiusura 
di alcuni reparti, sia col maggior utilizzo di Cassa Inte- 
grazione negli ultimi 2 anni, sono proprio quelli dello 
stabilimento di Arese. Per questo e per la maggiore or- 
ganizzazione dei lavoratori di Arese sarà questo lo 
stabilimento nell’occhio del ciclone neH’arco dei prossimi 
mesi. Nell’ultimo anno abbiamo avuto una media da 1 
a 2 settimane mensili per tutti i lavoratori di cassa in- 
tegrazione, quest’anno passeremo dal mesedifebbraio 
a turni alternati per cui si lavorerà solo al I turno, i la- 
voratori che fanno il II turno staranno in cassa inte- 
grazione, a partire da febbraio fino al 7 marzo si lavo- 
rerà una settimana si una no, le meccaniche sono 
ferme in gran parte da metà novembre e quindi fino al 
7 marzo saranno più di 3 mesi e mezzo di non pro- 
duzione, Ci sono delle conferme, tra l'altro, anche 
rispetto alcuni elementi di indagine che abbiamo svi- 
luppato all’interno della fabbrica per cui nel giro di un 
paio di mesi e comunque entro aprile maggio si andrà 
a consolidare un unico turno produttivo anomalo dalle 
7 alle 4, con un risparmio medio dai 2 ai 3000 operai. 
Questa è l’operazione che si sta concretamente rea- 
lizzando ed è una delle premesse per un successivo 
smantellamento della fabbrica. Oggi abbiamo attorno 
ai 10.000 dipendenti nello stabilimento di Arese, con 
una operazione del genere non solo non si garantisce 


la tenuta delle produzioni ma si avvia in modo ab- 
bastanzagraduale allo smantellamento definitivo. Dal 
punto di vista dei lavoratori c’è coscienza del fatto che 
questo è il progetto dell’azienda e c’è volontà di resi- 
stenza per cui una serie di iniziative per garantire la 
tenuta occupazionale sonogià state prese, ovviamente 
c’è diffidenza nei confronti dei sindacati nazionali che 
hanno di fatto lavorato per una accettazione del 
lavoratori alla chiusura degli altri stabilimenti e quindi 
unavolontàdiorganizzarsiautonomamentesoprattutto 
attorno ai Cobas dell’Alfa e far fronte alla minaccia di 
smantellamento definitivo. C’è tutta una discussione, 
uno scontro politico all’interno della fabbrica, sicu- 
ramente non sarà accolta dai lavoratori una decisione 
di ridimensionamento drastico dell’azienda. Si stanno 
preparando delle lotte particolarmente significative, ci 
sarà il ferro e il fuoco a Milano, ci sarà un casino delia 
madonna. Perchècitroviamo all’interno di unafabbrica 
di queste dimensioni con una forza dell’opposizione 
dell’avanguardia esterna a CGIL-CISL-UIL come non 
mai si è avuta. Oggi i Cobas all’interno dell’Alfa hanno 
una organizzazione di 1 000 iscritti e con una capacità 
di organizzazione di scioperi autonomi anche contro il 
sindacato. 


D - In questo periodo c'è stata una ripresa del 
movimento che si è evidenziata nelle piazze questo 
autunno contro i’ accordo dei 31 iugiio e contro ia 
poiitica dei governo Amato però in questo momento 
sembra che ii movimento si muova in una maniera 
moito settoriale perla difesa del proprio posto di lavoro 
senza una ricomposizione dei lavoratori contro dei 
decreti che colpiscono giobalmente la popolazione. 
Come pensate voi come Cobas come SLA di riuscire 
a rompere questa settorialità e di trovare dei momenti 
di coiiegamento non soitanto tra iavoratori dipendenti 
ma con tutto il movimento?. 

R - Rispetto alla posizione del movimento di questo 
autunno contro la manovra del governo Amato noi 
abbiamo dato una valutazione di grande rilevanza di 
questo movimento una di estrema debolezza sul pia- 
no politico organizzativo. I cosiddetti consigli unitari 
CGIL-CISL-UIL rappresentavano una possibilità di 
rilanciare comunque una mobilitazione di fronte alla 
svendita totale dei vertici nazionali ma non potevano 
costituire un’alternativa effettiva di organizzazione su 
un progetto alternativo dei lavoratori. Hanno costituito 
sicuramente l’occasione, con gli scioperi anche riusciti 
che sono stati fatti soprattutto nel nord e a Milano, di 
continuare la mobilitazione chiusa ad ottobre dal sin- 
dacato una dopo un mese o due anche il movimento 
deiconsiglihadovutogettarelaspugna, nelsensoche 


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aspettando troppo le scadenze di CGIL-CISL-UIL ha 
significato una chiusura, una sconfitta di questo movi- 
mento che a noi sembrava inevitabiie vista la premessa. 
E’ stata però anche l'occasione di riaggregare delle 
forze che da anni si erano disperse e quindi, come 
autorganizzati, come Cobas ali’interno delle fabbriche 
abbiamo partecipato a questo movimento, abbiamo 
organizzato in prima persona gli scioperi cercando di 
definire un contorno organizzativo sempre più preciso 
e un progetto per dare continuità nel futuro sapendo 
bene che non potevamo muoverci solo nell'ottica 
deii'attesa di un fatidico sciopero generaie. Abbiamo 
lavorato per questa scadenza sapendo che non si era 
comunque creata una estensione dei movimento sul 
piano nazionaie per rendere effettivamente reaiizzabile 
unapropostadi questotiposulla base solodeiie nostre 
forze. 

itentatividi organizzare lo sciopero generale nazionaie 
sono stati meritori dal punto di vista della volontà po- 
litica da [parte deile forze sindacali di min oranza, però 
con un impatto non ail'aitezza deiio scontro. Per cui di 
fronte a questa paraboia inevitabiie dei movimento do- 
vevamo trovare delle strade per sviluppare delle for- 
me di autorganizzazione sui piano nazionale a partire 
dali'industria, dove avevamo ia maggioranza dei rap- 
porti, cercando anche interlocuzione con ii resto del 
movimento come ii pubbiico impiego, i giovani, ie 
scuole... 

Abbiamo individuato alcuni elementiper dare continuità 
a questo tipo di iotta e mobiiitazione, innanzitutto per 
dare agibilità sindacale e costruire organizzazione 
sindacale alternativa a partire dai luoghi di iavoro, ab- 
biamo individuato, a partire dalie assemblee nazionali 
che avevamo fatto lo scorso anno, un ostacolo fonda- 
mentale nell'alt. 1 9 dello statuto dei lavoratori che dà 
a CGIL-CISL-UIL, cioè solo ai sindacati cosiddetti 
maggiormente rappresentativi, il diritto di costituire 
rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. 
L'abrogazione dell'alt. 19, anche tramite referendum, 
per noi è stato un obiettivo proponibile nel momento in 
cui sono ripartite le mobilitazioni generali: cioè uno 
strumento credibile, una sponda effettiva per l'autor- 
ganizzazione dentro il posto di lavoro. 

Quando il movimento è partito in autunno abbiamo 
lanciato la parola d'ordine dell'abrogazione dell'alt. 1 9 
e questa si è allargata a tal punto da diventare un 
obiettivo di pezzi del sindacato che si è messo in 
movimento questo autunno contro le scelte di CGIL- 
CISL-UIL; parlo sopratutto dei consigli e di altri 
spezzoni. Ogg i questa proposta sta diventando realtà, 
anche se c'è. tutto un dibattito su come realizzare que- 
sto tipo di referendum e su quale quesito. Noi pensiamo 
di avere sfondato cogliendo una esigenza fonda- 
mentale dei lavoratori, cioè il diritto ad organizzarsi sui 


luoghi di lavoro votando direttamente i propri delegati 
che devono essere revocabili e devono essere i loro 
rappresentanti diretti senza ulteriori mediazioni. Su 
questa questione vogliamo andare fino in fondo; è 
chiaro die questa è una battaglia per la democrazia 
dentro I luoghi di lavoro, per un potere effettivo dei 
lavoratori sulle scelte sindacali ma che deve essere 
accompagnatadallacontinuitàdilottasuicontenuti, lo 
scontro, cioè, con il governo e il padronato. 
Pensiamo inoltre interessante la proposta referendaria 
che viene proposta da più parti, da Rifondazione Co- 
munista e da altre forze per l'abrogazione dei decreti 
sulla sanità, sulle pensioni, sul pubblico impiego, che 
sono particolarmente negativi. Crediamo che sia una 
delle forme su cui si può andare a costruire un fronte, 
ma non può essere delegato tutto ad una battaglia di 
raccolte di firme, è uno degli strumenti che può dare 
continuità nel momento in cui c'è un abbassamento 
della mobilitazione, perchè è chiaro che i lavoratori 
devono vedere i risultati nell'organizzare gli scioperi. 
Noi pensiamo di usare qu està campag na referendaria 
sulla democrazia, sui contenuti sociali per continuare 
il lavoro di riorganizzazione e ricostruire le condizioni 
per sviluppare un movimento di lotta offensivo. Negli 
ultimi giorni abbiamo avuto un’altra questione 
importante da affrontare che riguarda i contenuti della 
manovra economica del governo, cioè la questione 
del 31 luglio e dell'accordo sindacale con il governo e 
la confindustria sulla questione della scala mobile. 
Abbiamo avuto un pronunciamento importante della 
magistratura di Milano sulla questione della scala 
mobile, avevamo nel maggio dello scorso anno una 
serie di cause all'Alfa Romeo, poi sugli stessi contenuti 
si è allargato ad altre fabbriche dall’Ansaldo, alla 
Breda e a livello nazionale si è avuto un primo pro- 
nunciamento positivo. E' chiaro che non crediamo che 
la magistratura possa abrogare l’accordo del 31 luglio, 
occorrono ben altri rapporti di forza per far saltare 
questo accordo capestro, è significativo, però, che 
ancora una volta CGIL-CISL-UILsisiano resi complici 
di una operazione che addirittura viola i principi co- 
stituzionali. lo non sono particolarmente Innamorato 
della costituzione, la contesto da sinistra, non mi va 
beneunacostituzionechepermette il diritto dei borghesi 
di difendere la loro proprietà e tutta un'altra serie di 
cose, voglio dire semplicemente che quei sindacati 
chesifanno portatori delladifesadelle istituzioni, della 
difesa della costituzione, loro stessi si fanno complici, 
per difendere gli interessi dei padronato, della vio- 
lazione dei diritti costituzionali, dell’art. 36 della 
costituzione. Questo articolo sancisce la tutela dei 
salari daH’aumento del costo delia vita: non parla di 
scala mobile dice comunque che, se uno entra in un 
posto di lavoro e lo pagano 1 .000.000 al mese, non è 


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che questo milione dopo sei mesi o un anno valga 
800.000 L. Qualora esiste un rapportotra il lavoratore 
e il suo datore questo comporta un minimo di continuità, 
di garanzia di mantenimento del salario che deve 
rimanere equo e dignitoso. 

Il sindacato nell’accordo del 31 luglio non sì fa neppure 
garante di questo criterio e un giudice arriva a sancire 
l’anticostltuzionalità. 

T ale si è dimostrata la prima sentenza di Santosuosso 
dei giorni scorsi. La prossima settimana seguirà il 
giudizio per altre centinaia di lavoratori dell'Alcatel 
Face, ai primo di febbraio per altri 1 900 lavoratori or- 
ganizzati dai Cobas dell'Alfa, poi quelli della Brada e 
così verranno chiamate in giudizio una serie di cause 
che abbiamo promosso sulla scala mobile. 

E’ un incoraggiamento ai lavoratori a continuare questa 
battaglia, vogliamo tornare ad avere un sistema di 
indicizzazione dei salari che ci difenda dall'aumento 
del costo della vita. 

Sappiamo che questa sarà una grossa battaglia, non 
è detto che vinceremo con le lotte degli ultimi mesi, 
però crediamo che sia unadelle battagliefondamentali 
da realizzare. 

La lotta al governo tocca la questione del salario 
diretto, delsalario sociale e dei servizi, quindi dobbiamo 
combinarla con la battaglia per la difesa dell’oc- 
cupazione, perchè non c’è contraddizione tra difesa 
del salario e difesa del posto di lavoro, anzi c’è un 
intreccio strettissimo. 

Dobbiamo cercare di garantire il collegamento tra le 
realtà che sono colpite a livello occupazionale, che 
però questa volta non sono più semplicemente delle 
situazioni marginali, che non hanno un impatto generale 
sul piano della vita economico sociale del paese;qui sì 
tratta dell’aggressione da parte del capitale alle grandi 
concentrazioni industriali e poi un attacco a tappeto 
che coinvolge anche il pubblico impiego con i decreti 
sulla privatizzazione. Quindi crediamo che ci siano le 
condizioni per organizzare in un coordinamento tutte 
queste realtà e costituire una premessa per un’al- 
ternativa di massa e sindacale, sindacale nel senso 
vero di una organizzazione che sia effettivamente in 
mano ai lavoratori e per questo vogliamo combinare 
gli aspetti di democrazia diretta con quelli di allar- 
gamento e coordinamento della mobilitazione. 
Sicuramente saranno mesi intensi quelli del prossimo 
periodo, è chiaro che come SLA e come COBAS non 
siamo estesi dapertutto, il lavoro di collegamento sul 
piano nazionale è faticoso perchè nessuno di noi, e 
non vogliamo diventare l’ennesimo sindacatino di 
funzionari, ha II tempo di realizzare incontri ed as- 
semblee, però crediamo che sia la materialità dei 
bisogni che oggi sono compressi dagli attacchi padro- 
nali, che spingerà nuovi lavoratori e compagni a ren- 


dersi protagonisti nelle loro situazioni nella difesa degli 
interessi di classe. 

Siamo abbastanza ottimìstisullepropostedei lavoratori 
autorganizzatì e dei Cobas di realizzare quell’intreccio 
tra fabbrica, settore pubblico, giovani e realtà sociali 
di cui c’è bisogno perdare vita e continuità al movimento. 


D-II17 febbraio i confederali hanno indetto lo sciopero 
generale della Lombardia, qual'è la posizione dei 
Cobas dell’Alfa? 

R - Il sindacato sta realizzando adesso, come aveva 
già fatto nella prima fase di lotta contro il governo, per 
evitare di perdere l'egemonia e non permettere che il 
movimento si organizzasse in modo autonomo, l’or- 
ganizzazione di mobilitazioni sul piano locale e regio- 
nale. Deve essere chiaro che oggi il sindacato sta pro- 
ponendo delle mobilitazioni senza nessun obiettivo 
concreto. 

I lavoratori, come gìàa settembre e novembre, colgono 
questi scioperi comunque come espressione della 
loro protesta mentre noi dobbiamo ovviamente andare 
oltre e non possiamo attestarci su questi momenti di 
sfogatoio. Pensiamo di partecipare a questo sciopero 
e ad altri momenti di mobilitazione utilizzandoli perfa- 
re un passo avanti nel collegamento tra tutte le realtà 
che sono colpite. Anche il 17 febbraio cl muoveremo 
in questa direzione, non lasciando nelle mani deiburo- 
crati sindacali la gestione della risposta all’attacco 
occupazionale. 

I compagni ritengono, a volte, che siano mature le 
condizioni perdare un segnale, per organizzare qual- 
cosa dì alternativo fin da subito; il problema è che i 
lavoratori, la massa in generale dei lavoratori possano 
vedere questa come l'occasione per ribaltare i rapporti 
di forza. Con l’avversario bisogna stare attenti, perchè 
tra l’ipotesi di affermare comunque il proprio progetto 
e quella di lotta dei lavoratori deve esistere la reale 
possibilità di cambiare l’andazzo, per cui se vi è vo- 
lontà di chiudere la fabbrica la risposta deve essere 
adeguata e determinata. Dobbiamo tener conto dei 
livelli di coscienza e delle nostre capacità di organiz- 
zazione nei posti di lavoro per fare I vari passi, lo co- 
munque credo che il17 ci saremo e discuteremo in- 
sieme ai compagni delle altre fabbriche cosa fare. 


D - Due anni fa durante la guerra del golfo le fabbriche 
milanesi sono state un elemento motore del fronte 
contro la guerra, ci ricordiamo gli scioperi spontanei 
che sono partiti dalle fabbriche e che hanno costretto 
la camera del lavoro di milano a dare copertura 
sindacale, oggi di fronte al nuovo attacco imperialista 


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ecn milano 


c’è silenzio da parte delle fabbriche: Che valutazione 
dai di questo fatto? 

R - Noi, come Cobas Alfa, abbiamo aderito alla mani- 
festazione che c’è stata a Ginevra contro l'embargo 
all’Iraq e la nuova aggressione americana con I bom- 
bardamenti a Bagdad. E’ stato un gesto politico che 
richiama la nostra adesione alla protesta che si è svi- 
luppata due anni fa con la partecipazione alle mobili- 
tazioni, però bisogna riconoscere che la maggioranza 
dei lavoratori non sente l'esigenza di mobilitazione, di 
risposta immediata perchè gravano sulle condizioni 
dei lavoratori ben altre questioni urgenti. Questo è un 
limite enorme anche nostro perchè non siamo stati in 
grado di fornire una chiarificazione sul piano inter- 
nazionale che vede organizzarsi forze consistenti 
contro l’interesse dei lavoratori e dei popoli, dobbiamo 
portare avanti un intervento costante sui posti di lavo- 
ro anche su queste tematiche. E però difficile pensare 
che si ricrei immediatamente un movimento di lotta 
perchè c’è una certa assuefazione dopo i bombar- 
damenti e la ripresa della guerra; due anni fa in Iraq 
sono successe tantissime cose e comincia ad esserci 
una abitudine ad accettare l'intervento imperialista 
che una volta suscitava scandalo tra i lavoratori. Il li- 
vello di risposta che c’è stato è stato talmente ina- 
deguato che molto spesso la gente anche quando è 
d'accordo con la necessità di mobilitazione si chiede 
se serve fare qualque cosa quando non si è stati in 
grado di fermare le aggressioni passate. 


D - E’ stato aperto un conto corrente per solidarizzare 
con I licenziati politici dell’Alfa. Ci puoi dare gli estremi? 

R - L’anno scorso abbiamo avviato una cassa di 
resistenza per tutte le situazioni di lotta, oggi però, 
abbiamo bisogno di tornare con una centralità sulla 
questione dell’Alfa Romeo perchè i livelli di resistenza 
comportano una spesa non indifferente. 

Se si vuole che I compagni continuino a combattere 
c’è bisogno di garantire un minimo di entrata e di so- 
pravvivenza, quindi abbiamo rilanciato ilc/c37071 206 
di Milano intestato a Malabarba che è il eie che stanno 
utilizzando i compagni di una serie di situazioni. 
Inviliamo i compagni a sostenere questa lotta. 

C’è bisogno però di qualcosa di più significativo, dob- 
biamo creare sia a livello milanese chedi altri città mo- 
menti di festa, di spettacolo, di manifestazioni per rac- 
cogliere più fondi e pensiamo, in quel caso, di farlo a 
sostegno delle lotte di tutte le fabbriche che sono col- 
pite. Siamo quindi interessati a sostenere e a parte- 
cipare a tutte le iniziative organizzate con questo tipo 
difinalità: la resistenza dentro lefabbriche, il sostegno 
alla resistenza dell’Alfa ed ai licenziati politici. 


A CURA DI RADIO ONDA DIRETTA - 
INCOMPATIBILI, TRASMISSIONE SUL LAVORO, 
NON LA VORO E DINTORNI. 

Milano 22/1/93 



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B. RUDE 

WHY ARE THEY? 

Sabato 27 marzo 

AFRICA UNITED 
LES DOU DOU (Senegai) 

Venerdì 2aprile 

JAZZ CROMATIC ENSEMBLE 

Sabato 3 aprile 

PERSIANA JONES & LE TAPPARELLE MALEDETTE 
STRINE 


Venerdì 9 aprile 
SU TA GAR (Euskadi) 

EUSKO HERRIA SUKARRA (Euskadi) 

Sabato 10 aprile 

EMBRYO 
NIU TENNICI 

Venerdì 1 6 aprile 

WAKA WAKA 
CONTE ZERO 

Sabato 1 7 aprile 

INSTIGATORS (GB) 

Venerdì 23 aprile 

MODEL T-BOOGIE 
DEJTRA FARR 

Sabato 24 aprile 
D.O.A. (Vancouver) 

FALL OUT 

Venerdì 30 aprile 

RED HOUSE 
ONE LOVE HI PAWA 

Sabato 1 maggio 
TRACTORES (Isole Canarie) 

Venerdì 7 maggio 

SONORA MANTECA (musica salsa) 

Sabato 8 maggio 

RAS ABRAHAM (Jamaica) 


V 


ECN MILANO 

Modem 02 2840243 

Centro Sodale Leoncavallo 

Via Leoncavallo, 22 - 20131 Milano 
Casella Postale n. 17051 
Telefono / Fax 02 26140287 

Radio Onda Diretta 

Fm 91,300 

Tutti I giorni dalle 15 alle 23 
Telefono 0337 328455 

Conto Corrente Postale n. 22311203 
intestato a 

Associazione delle mamme del Leoncavallo 
per I centri sociali autogestiti 


Sono attive su questo nodo ECN quattro Aree Conferenza in echo con 
P-NET, una rete dì BBS indipendenti di cui alcuni materiali si trovano già 
nelle aree files ECN (in particolaredelle BBS "Senza Confine" di Macerata 
e "SIDAnet" di Roma). 

Queste Aree messaggi sono: 

AIDSNEWS informazioni sui probiema deii'AiDS 

ANTIPROIBIZIONISMO informazioni su droga e proibizionismo 

CONFCARCERE conferenza sulie carceri 

CYBERPUNK conferenza su informatica e suo uso aifernafivo